dal 10-08-98


  

Nicolò Giuseppe Bellia

 

  

Rudolf Steiner

 

amato maestro

 

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EDIZIONI BELLIA

1998

 

 

Copyright 1998

by Nicolò Giuseppe Bellia

Via Benedetto Croce 21

00055 Ladispoli (RM)

Telfax: 06 9910867 – 06 99226050 R/tel:0360 353627

 

Printed in Italy

Proprietà letteraria riservata

 


 

INDICE

 

I - KRALJEVEC, MÖDLING, POTSCHACH, NEUDÖRFL, FINO A 10 ANNI

II - WIENER-NEUSTADT - DAI 10 AI 18 ANNI

III - VIENNA - INZERSDORF - DAI 18 AI 22 ANNI

IV - VIENNA - DAI 22 AI 24 ANNI

V - VIENNA - DAI 22 AI 24 ANNI (2ª parte)

VI - VIENNA E ATTERSEE - DAI 24 AI 26 ANNI

 


 

I

KRALJEVEC, MÖDLING, POTSCHACH, NEUDÖRFL, FINO A 10 ANNI

Indice

 

Da genitori dell’Austria Inferiore, in un luogo lontano della sua terra d’origine, a Kraljevec, il 27 febbraio 1861, nacque Rudolf Steiner.

Aveva un anno e mezzo quando suo padre venne trasferito a Mödling presso Vienna dove la famiglia restò per 6 mesi, dopodiché gli venne affidata la direzione di una stazioncina della Ferrovia Meridionale: Pottschach, nell’Austria Inferiore, presso il confine della Stiria, dove visse dai due agli otto anni, in un paesaggio meraviglioso. Nella piccola stazione ogni interesse si concentrava sul movimento ferroviario e i maggiorenti del paese, tra cui il parroco, il maestro, l’amministratore della tenuta e spesso anche il sindaco, venivano ad assistere al passaggio dei radi treni. Il lato meccanico di questa esistenza attrasse vivamente il piccolo Rudolf Steiner, attenuando l’interesse del cuore che si volgeva alla leggiadra e, al tempo stesso, maestosa natura, nella cui lontananza scomparivano i convogli ferroviari soggetti alle leggi della meccanica. Tra queste impressioni si aggiunse quella del parroco di un paese poco distante – San Valentino – dal carattere allegro e spiritoso e prete cattolico liberale, tollerante e socievole.

A Pottschach ai genitori nacquero un altro figlio e una figlia, e dopo di allora la famiglia non si accrebbe più.

Il piccolo Rudolf, con la sorellina, giocava con libri illustrati, con le figure mobili cui si dava loro una parte della loro vita tirando un filo e mettendole in movimento, apprendendo così, quasi senza accorgersene, i primi elementi della lettura.

Il padre che ci teneva che il piccolo Rudolf imparasse a leggere e scrivere, all’età dell’obbligo, lo mandò alla scuola del paese che aveva un vecchio maestro che non entusiasmò il bambino. In seguito ad un contrasto fu ritirato dalla scuola ed il padre, dal carattere deciso, si prese cura dell’istruzione del figlio che, da quel momento, passò lunghe ore accanto a lui, a scrivere e a leggere mentre lo stesso sbrigava le sue incombenze. Ma anche con il padre non riusciva ad interessarsi a quello che avrebbe dovuto imparare e si appassionava invece a quello che il padre scriveva e cercava di imitarlo.

Così facendo imparò tante cose, mentre quello che il padre escogitava ai fini dell’istruzione, non lo "prendeva". Invece, alla sua maniera infantile l’allievo penetrava presto e volentieri in ogni attività pratica della vita. Il servizio ferroviario e tutto quanto vi era connesso eccitava l’attenzione del piccolo Rudolf che, soprattutto, era attratto da tutto ciò che era connesso alle leggi di natura. Tutto veniva preso a pretesto per sperimentare, seppure in maniera infantile, il più possibile, mosso da una grande curiosità. Avendone l’opportunità, il piccolo Steiner si addentrava in un mulino di amici e ne "studiava" con entusiasmo l’impianto e il funzionamento mentre restava profondamente deluso di non poter fare la stessa cosa in una filanda cui non poteva avere accesso. Quest’ultimo fatto assumeva per lui come un doloroso "limite della conoscenza". Di fronte all’incendio di un vagone di coda di un treno, in Lui sorsero tante domande intorno alla genesi di tale fenomeno, ma le risposte che riceveva, come in tanti altri casi, non lo soddisfacevano. Era sempre assillato da domande che doveva portare in se senza ricevere risposta.

Con tali assilli giunse all’ottavo anno, in cui la sua famiglia fu trasferita a Neudörfl, paesetto ungherese, vicinissimo alla frontiera dell’Austria Inferiore. La stazione alla quale il padre fu assegnato era all’estremità del villaggio, a mezz’ora di strada dal fiume Leitha che faceva da confine, un’altra mezzora e si arrivava a Wiener-Neustadt.

Anche qui la natura era splendida, con le Alpi in lontananza che suscitavano i ricordi, e Lui poteva fare belle passeggiate raggiungendo una cappella con l’immagine di Santa Rosalia ed incontrando nei boschi la gente del paese che faceva provvista di legna nelle foreste di proprietà comunale, intrattenendosi in semplici conversazione con le persone e poi tornando a casa carico di lamponi, fragole e more, a seconda delle stagioni, arricchendo la cena familiare a base di pane e burro o di pane e formaggio. Altro apporto del giovane Steiner era l’acqua effervescente prelevata alla sorgente di Sauerbrunn. Durante le passeggiate accadeva di incontrare dei monaci redentoristi che non rivolgevano la parola al giovane che, da parte sua, si convinceva che a tali monaci dovessero connettersi compiti importantissimi e si interrogava senza risposta. Tali domande, con le altre che portava in sé, davano al ragazzo un senso di grande solitudine.

Altre forti impressioni si formavano in lui in rapporto a quanto connesso ai due castelli di Pitten e di Frohshdorf, quest’ultimo abitato dal conte di Chambord che più tardi, nei primi anni dopo il 1870, tentò di divenire re di Francia con il nome di Enrico V.

Alla scuola di Neudörfl, multiclasse, incontra l’insegnante supplente che gli presta, un libro di geometria il cui contenuto lo affascinò. Della personalità di questo insegnante egli parlerà in seguito quando tratterà i nessi karmici.

Nel libro intitolalo LA MIA VITA Steiner scrive: "Il fatto che fosse possibile vivere con l’anima nell’elaborazione di forme percepite in modo puramente interiore, senza impressioni dei sensi esterni, mi dava somma soddisfazione; vi trovavo conforto allo stato d’animo, risultato dal non trovare risposte a tutte le domande. Poter afferrare una cosa puramente nello spirito mi dava un senso di felicità interiore. So che al contatto con la geometria conobbi per la prima volta la gioia.

Nel mio rapporto con la geometria debbo vedere il primo germogliare d’una mia concezione che s’è andata poi sviluppando gradualmente e che viveva in me più o meno inconscia sin dall’infanzia, ma solo verso il mio ventesimo anno assume forma definita e pienamente cosciente.

Mi dicevo: gli oggetti e gli avvenimenti percepibili ai sensi sono nello spazio; ma, come questo spazio esiste fuori dell’uomo, così nell’interiorità umana si svolgono gli avvenimenti spirituali.

Nei pensieri non potevo vedere mere immagini che l’uomo si forma delle cose bensì rivelazioni d’un mondo spirituale sulla scena interiore dell’anima. E la geometria mi appariva come una conoscenza che apparentemente scaturisce dall’uomo, ma che ha un’importanza affatto indipendente da lui. Naturalmente, da bimbo, non me lo dicevo con chiarezza, ma sentivo che, nel modo stesso in cui si porta in sé la geometria, bisogna portare in sé la conoscenza del mondo spirituale.

Poiché la realtà del mondo spirituale era per me altrettanto certa come quella del mondo fisico; ma avevo bisogno di giustificare questo che per me era un fatto. Volevo poter dimostrare a me stesso che l’esperienza del mondo spirituale è tanto poco illusione, quanto poco lo è quella del mondo dei sensi.

Nella geometria – mi dicevo – è lecito aver conoscenza di qualcosa che l’anima sola sperimenta per forza propria. In questo sentimento trovavo la giustificazione del mio modo di parlare del mondo spirituale, ch’era per me reale esperienza. Ne parlavo infatti come si parla del mondo fisico. Vivevano in me, sebbene non ancora ben chiare, due rappresentazioni, che già prima del mio ottavo anno, erano una parte importante nella vita della mia anima; distinguevo cioè esseri e cose "che si vedono" ed esseri e cose "che non si vedono".

….Devo soltanto aggiungere che in quel mondo vivevo volentieri; perché avrei sentito come tenebra tutto il mondo sensibile circostante se questo non avesse ricevuto luce da quello".

Il supplente di Neudörfl oltre la geometria introdusse nella vita del giovane l’elemento artistico: suonava il violino e il pianoforte e disegnava con passione e sotto la sua guida, a nove anni, cominciò a disegnare col carboncino.

Altra personalità che rimase impressa nella sua vita fu quella del parroco, energico patriota ungherese e buon prete, che nelle sue prediche bollava i frammassoni di una loggia come nemici della verità, i cui discorsi contro la Chiesa, fatti dal proprietario di una fabbrica di materie infiammabili, apparivano insulsi anche al giovane. Il parroco lo introdusse al sistema copernicano, suscitandone il profondo interesse e fornendo nuova materia alla sua brama di conoscenza. La partecipazione al culto, dall’altro lato, forniva al giovane materia per una profonda riflessione.

Un nuovo mondo si aprì alla sua anima a seguito dei colloqui con il Medico, che veniva da Wiener-Neustadt, che gli parlò di Lessing, Goethe e di Sciller, introducendolo al mondo dei grandi della letteratura tedesca e alla loro estetica. Parallelamente continuava l’interesse del decenne per l’organizzazione della ferrovia ed in particolare per il telegrafo e per lo studio delle leggi dell’elettricità, imparando anche a telegrafare.

Sotto queste influenze giunse il momento in cui si doveva decidere sull’indirizzo scolastico: ginnasio o scuola tecnica nella vicina Wiener-Neustadt.

* * *

Dagli elementi biografici di questo periodo della vita di Steiner ragazzo emergono chiaramente alcuni punti salienti della sua personalità spirituale.

Da un lato l’esperienza del mondo spirituale e la solitudine ad essa connessa, dall’altro la brama di conoscere e di dominare gli aspetti pratici della vita, unitamente ad una grande tenacia nel perseguire lo scopo di sciogliere gli enigmi che nascevano nell’interiorità in rapporto alle esperienze della vita. Quindi grande desiderio di partecipazione.

Va messa in evidenza l’affermazione di Steiner:" Poter afferrare una cosa puramente nello spirito mi dava un senso di felicità interiore. So che al contatto con la geometria conobbi per la prima volta la gioia.". Su queste frasi occorrerebbe meditare a lungo per capire che la via d’uscita dalle depressioni – che non sono altro che mancanza di gioia – va cercata nelle lucide ricerche di pensiero e non nelle introspezioni sentimentali che restano sterili ai fini desiderati.

Indipendentemente dal suo lavoro spirituale, svolto nella maturità, al servizio degli Esseri Umani, nel giovane Steiner si presenta una personalità piena di valori etici e volta alla crescita nella realtà vivente di cui vuole farsi partecipe attraverso il lavoro conoscitivo interiore per far fluire nella tenebra del mondo sensibile la luce del mondo dello spirito rivelata nei pensieri.

Nei prossimi capitoli vedremo come queste sue caratteristiche si faranno strada, con personale impegno e fatica, nel suo luminoso cammino di conoscenza e di creatività al servizio della Vita e quali sono stati i doni che egli ci ha lasciati.

 

II

WIENER-NEUSTADT - DAI 10 AI 18 ANNI

Indice

 

Il desiderio del padre di fare di Steiner un ingegnere ferroviario portò alla scelta della scuola tecnica di Wiener-Neustadt; i necessari esami preliminari furono superati nell’ottobre del 1872. Le infinite domande che egli portava in sé, imprecise ma brucianti, lo lasciavano indifferente rispetto al tipo di scuola che si sceglieva per lui. Tutti i giorni il giovane doveva fare il percorso, andata e ritorno tra Neudörfl e Wiener-Neustadt attraversando la frontiera, tra la Transleitania e la Cisleitania. L’andata avveniva in treno mentre il ritorno - dato che la sera non c’erano treni - avveniva a piedi, camminando per più di un’ora, spesso con la neve fino alle ginocchia. Nell’intervallo di mezzogiorno lo studente veniva accolto e tenuto a pranzo gratuitamente da una provvidenziale Signora, conosciuta durante una sosta, alla stazione di Neudörfl.

Lui non poteva vivere a pieno, con l’anima, la vita della città, come quella della campagna e rimaneva trasognato davanti a ciò che si svolgeva fra e dentro quelle case addossate l’una all’altra. Solo davanti alle vetrine dei librai egli sostava volentieri. Quanto avveniva a scuola passava davanti alla sua anima senza suscitarvi un vivo interesse, ma, ciononostante, entro un paio d’anni si mise a pari e divenne un "bravo scolaro".

In lui viveva un bisogno acuto e dominante di trovare qualcuno. da prendere a modello, su cui conformare la propria vita, ma non trovava uomini siffatti tra gli insegnanti delle prime due classi.

In mezzo a queste esperienze gli avvenne di trovare, in uno dei bollettini annuali della scuola, un articolo del preside intitolato: La forza d’attrazione considerata come effetto del movimento in cui si citava un altro scritto del preside : Il movimento generale della materia come causa primordiale di tutti i fenomeni. Egli si mise a fare economia finché riuscì a comprarsi questo libro. Per lui divenne una specie di ideale quello d’imparare al più presto tutto quanto avrebbe potuto portarlo alla comprensione sia dell’articolo sia del libro.

Il preside sosteneva una astrusa teoria sulla gravitazione universale basata sulla differenza degli effetti degli urti tra le facce prospicienti dei corpi e le restanti. Tale concezione non veniva minimamente accettata, ma per lui era importante arrivare a capire ciò che così era enunciato e le formule di matematica e di fisica che venivano portate a sostegno. Ciò lo costrinse a procurarsi testi di matematica superiore e di fisica.

Nella terza classe ebbe un professore di aritmetica, geometria e fisica che impersonava l’"ideale" che gli stava davanti all’anima: un uomo da poter imitare ed il cui insegnamento lo aiutò a perfezionare il suo pensare matematico. L’idea che egli sarebbe rimasto suo insegnante di matematica e fisica per le classi successive lo rendeva felice. Quello che apprendeva da lui gli serviva per addentrarsi sempre più nel problema che si era posto nei confronti degli scritti del preside. Un altro professore, di geometria descrittiva. Lo appassionava per la chiarezza con cui insegnava il disegno geometrico con l’uso del compasso e della riga.

Sentiva di doversi accostare alla natura per poter prendere posizione di fronte al mondo dello spirito che gli stava innanzi come visione spontanea. Si diceva: "È possibile orientarsi nel modo giusto sull’esperienza che l’anima ha del mondo spirituale, solo se il pensiero raggiunga in se stesso una conformazione tale che lo renda capace di penetrare fino all’essenza dei fenomeni della natura." Trascorse così gli anni della terza e della quarta classe vivendo in questi sentimenti, mirando allo scopo che si era prefisso.

Nella vetrina di un libraio vide la Critica della ragion pura di Kant, in una edizione economica, e fece di tutto per acquistarlo al più presto. Non sapeva nulla di Kant, ma aspirava a capire quale capacità abbia la ragione umana per penetrare nell’essenza delle cose. Lo studio di Kant però gli risultò ostacolato dalla scarsezza del tempo disponibile dato che il percorso tra casa e scuola gli assorbiva circa tre ore al giorno e data anche la quantità smisurata dei compiti scolastici e il tempo necessario per esercitarsi nel disegno geometrico. Riuscì a leggerla durante le lezioni di storia, dato che il professore si limitava a leggere in classe il testo che lui avrebbe dovuto, in ogni caso, leggere poi a casa. Proseguì alacremente la lettura di Kant durante le vacanze, con pagine che leggeva più di venti volte, per giungere a formarsi un giudizio sulla posizione del pensiero umano di fronte all’attività creatrice della natura. In connessione con lo studio di Kant egli portava avanti le sue riflessioni sul problema religioso al quale lo portava naturalmente la sua esperienza del mondo spirituale. Egli voleva portare nell’ambito del pensiero tutte le cose e i processi del mondo. Per lui era insopportabile una "materia" che restasse fuori dell’attività pensante e fosse solo oggetto di riflessione. Egli si ripeteva continuamente: "Ciò che è nelle cose deve poter penetrare nei pensieri umani." Questo suo sentimento non veniva però favorito da Kant, che studiava spassionatamente.

Tutto ciò non lo distoglieva dal lavoro pratico e dallo sviluppo di abilità manuali; si dedicava alla rilegatura dei libri, imparò da solo la stenografia, coltivava l’orticello familiare, andava, quando poteva, a fare la spesa al villaggio.

Verso i quindici anni si avvicinò al medico di Wiener-Neustadt, conosciuto a Neudörfl, che gli mise a disposizione la sua biblioteca, iniziando con il dargli in prestito la Minna von Barnelm di Lessing. In quel periodo studiò geometria analitica, trigonometria e il calcolo differenziale ed integrale grazie alle opere matematiche, ad uso degli autodidatti, di Lübsen, molto prima di impararle a scuola. Con ciò poté riprendere lo studio degli scritti del preside sul Movimento generale della materia come causa primordiale di tutti i fenomeni della natura.

Nel frattempo, all’insegnamento di fisica s’era aggiunto quello di chimica, aggiungendo in lui nuovi problemi accanto ai vecchi. Il professore impartiva un insegnamento quasi esclusivamente sperimentale, presentando una quantità di fenomeni tale che la sua anima, tendente allora alla sintesi, poteva appena contenerli.

In una libreria antiquaria di Wiener-Neustadt scoprì la Storia universale di Rotteck leggendo la quale fu affascinato dalla calda vivezza con cui l’autore coglie gli avvenimenti storici; senza scorgerne ancora l’unilateralità. Attraverso Rotteck fu condotto ad altri due storici Johannes von Muller e Tacito, che per il loro stile e le loro vedute lo colpirono vivamente. Con ciò poté ravvivare quanto appreso a scuola. Trascorse così gli ultimi tre anni della scuola tecnica.

Dai quindici anni in poi, proposto dai professori, diede ripetizioni ai compagni di classe e a quelli delle classi inferiori, contribuendo alle spese sostenute dalla famiglia per la sua istruzione, date le loro modestissime entrate.

Da tali ripetizioni trasse anche il vantaggio di dover risvegliare i contenuti dell’insegnamento scolastico, giacché egli accoglieva tali contenuti come trasognato, non corrispondendo essi alle problematiche della sua interiorità. Poté anche apprendere elementi di psicologia pratica imparando a conoscere le difficoltà dello sviluppo delle anime dei suoi allievi.

Ebbe alcuni contrasti con il professore di lingua e letteratura tedesca che non sopportava che il giovane attingesse alle sue stesse fonti filosofiche. Per penetrare meglio nello spirito della poesia greca e latina, tradotta in tedesco, studiò queste due lingue facendo per conto suo dei corsi ginnasiali, accanto a quelli tecnici. Ciò gli servirà in seguito, quando, durante gli studi universitari, trovandosi nella necessità di dover dare lezioni private più di prima, ha dovuto guidare con le sue lezioni private, attraverso il ginnasio e il liceo classico, uno studente, percorrendo egli stesso tutti i gradini degli studi classici.

Nei corsi superiori, i professori di storia e geografia, dai quali così poco aveva avuto nelle classi precedenti, acquistarono importanza per lui. Apprendeva da essi nozioni sull’epoca glaciale e le sue orini, sulla geografia delle alpi e altro.

Da uno di tali professori, uomo di partito, fervente d’entusiasmo per le idee progressiste della tendenza liberale austriaca d’allora, che non introduceva nell’insegnamento, ma ciononostante vivificando le sue lezioni. Da lui apprese con compiacimento l’insegnamento della storia moderna e ciò è stato di grande importanza per la sua vita.

A casa, l’impiegato che veniva a rilevare ogni tre giorni il padre dal suo turno di servizio, forniva al giovane Steiner i propri estratti e sunti manoscritti dei più disparati libri scientifici che egli divorava e poi discuteva con lui. Pure interessanti erano le discussioni tra il padre e quest’impiegato sulla guerra russo-turca in corso, il primo come sostenitore dei russi e l’altro dei turchi. Il padre era riconoscente ai russi per i servigi ch’essi avevano resi all’Austria durante l’insurrezione del ’48, mentre con gli ungheresi non andava d’accordo.

Ciò dipendeva dal fatto che era vissuto sotto la minaccia di perdere il lavoro a Neudörfl, utile anche per gli studi del figlio, a seguito delle pressioni del Governo ungherese affinché le ferrovie si servissero solo d’impiegati che conoscessero il magiaro. Al giovane interessava soprattutto l’urto veemente delle due personalità e non le loro opinioni politiche, mentre quello che gli premeva soprattutto era la risposta a questa domanda: "Fino a che punto è possibile dimostrare che ciò che agisce nel pensiero umano è spirito, spirito reale?".

 

* * *

Mentre il giovane Steiner affrontava con diligenza i compiti che la vita gli presentava dall’esterno, per attuare le direttive scolastiche del padre, nella sua interiorità continuava la ricerca per accordare sempre tutti gli accadimenti con le proprie esigenze spirituali che lo portavano costantemente a cercare di risolvere tale apparente dualità nell’ambito della vita del pensiero in cui spirito e materia si univano.

Era soltanto il risultato di questa sua attività interiore che lo sosteneva, negli innumerevoli sforzi che la vita richiedeva da lui, fornendogli quei momenti di gioia che lo confortavano, nella sua solitudine interiore. Il suo agire era pervaso da una calma accettazione di ogni compito che gli proveniva dall’esterno in aggiunta a quelli che si creava lui stesso con le proprie esigenze conoscitive; la sua persona appare circondata da una superiore atmosfera di pace interiore che ci rende gradevole il seguire l’evolversi della sua anima, rendendocelo umanamente amico e compagno di cammino, al di là di quanto ci donerà con la sua spirituale maestria.

 

III

VIENNA - INZERSDORF - DAI 18 AI 22 ANNI

Indice

 

Completati gli studi alle scuole tecniche, avvenne il trasferimento della famiglia a Inzersdorf, vicino a Vienna, - a seguito di una precedente promessa della Direzione delle Ferrovie Meridionali al padre, per le esigenze scolastiche del figlio - per consentirgli di frequentare il Politecnico. La stazione era lontana dal paese, completamente isolata, e in un paesaggio privo di bellezza.

Alla prima visita a Vienna egli acquista vari libri di filosofia. Rivolge tutto il suo fervore al primo schizzo della Dottrina della scienza di Fichte.

Il giovane Steiner, al quale il mondo spirituale era aperto come realtà, si era tormentato per trovare dei concetti per i fenomeni della natura, partendo dai quali fosse possibile trovarne uno per l’"io"; ora, al contrario, partendo dall'io, voleva penetrare nello spirito della natura. Nella sua autobiografia, intitolata LA MIA VITA egli scrive: "Spirito e natura stavano allora davanti alla mia anima in tutta la pienezza del loro contrasto. Per me esisteva un mondo di esseri spirituali; il fatto che l'io, che è spirito, vive in un mondo di spiriti, era per me percezione immediata. La natura però non voleva trovar posto nel mondo spirituale ch’era per me viva esperienza."

Con tale sentire egli si immerge nella lettura di Fichte e di altri filosofi tra cui Kant, Traugott Krug e il suo Sintetismo trascendentale, l’herbartiano Thilo e la sua Storia della filosofia, Schelling e Hegel. Immerso in questi studi filosofici trascorse l’estate del 1879, dalla fine delle scuole tecniche fino all’entrata al Politecnico.

Giunto l’autunno, dovette decidere quale studio scegliere in vista della futura carriera. Tanto la matematica quanto la geometria descrittiva corrispondevano alle sue inclinazioni, ma, tenendo conto delle proprie esigenze di dare ripetizioni per vivere, decise di iscriversi alle facoltà di matematica, storia naturale e chimica, alle cui lezioni era possibile mancare, potendo supplire a ciò con lo studio delle dispense.

Ma subito ebbero per lui speciale importanza le conferenze sulla letteratura tedesca di Karl Julius Schröer. Di questo suo Maestro Steiner parlerà nell’ultimo periodo della sua vita, indicandone le importanti incarnazioni precedenti. Venne così introdotto alla conoscenza di Goethe e Schiller. Partecipò al corso di "Esercizi di esposizione orale e di componimento scritto" nel quale gli allievi erano invitati a esporre liberamente o leggere ad alta voce i loro stessi lavori; la prima conferenza di Steiner fu sul Laocoonte di Lessing e poi su un tema più arduo: In quale misura è l’uomo, nelle sue azioni, un essere libero?

Seguiva anche le lezioni dello herbartiano Robert Zimmermann e, alternativamente, quelle di Franz Brentano, entrambi filosofi, ricevendone impulsi interiori. Lo interessava profondamente la diversità delle concezioni di Schröer e di Zimmermann. Lesse la prima parte del Faust di Goethe, pubblicato da Schröer, e ne fu conquistato immediatamente. Avvenne anche che, dopo aver assistito ad alcune sue lezioni, conobbe Schröer più da vicino; invitato spesso a casa sua dove riceveva chiarimenti e veniva congedato con un libro della sua biblioteca in prestito. La conversazione cadeva spesso sul secondo Faust, alla cui edizione ed al cui commento il professore stava lavorando, e che pure Steiner lesse in quel tempo.

Nelle biblioteche di Corte e del Politecnico, lesse la Metafisica di Herbart e l’Estetica come scienza della forma di Zimmermann e studiò a fondo la Morfologia generale di Ernesto Haeckel, ricevendone profonde esperienze sulla via della formulazione degli enigmi della scienza e della comprensione del mondo.

Schröer non attribuiva alcun valore alla costruzione di sistemi: pensava e parlava per una specie di intuizione. Attraverso Schröer imparò a conoscere molte opere di bellezza; attraverso Zimmermann, un’elaborata teoria del bello; ma tra i due mancava l’accordo. Seguiva anche le lezioni di Franz Brentano, acuto pensatore e al tempo stesso sognatore, sulla Filosofia pratica ricevendone una duratura impressione, continuando a leggere tutte le opere che pubblicava.

A quel tempo Steiner considerava suo dovere cercare, per mezzo della filosofia, la verità, cercando anche di fondare, sopra un terreno filosofico sicuro, gli studi di matematica e scienze naturali. Tutto ciò mentre il mondo spirituale era aperto al suo sguardo come realtà, con la rivelazione dell’individualità spirituale di ogni essere umano, potendola anche seguire nel cammino oltre la morte, sulla via del mondo spirituale, ma non riuscendo a parlare di ciò con nessuno.

Un giorno fece la conoscenza di un uomo, un semplice popolano, che ogni settimana andava a Vienna con lo stesso suo treno. Portava, alle farmacie di Vienna, erbe medicinali raccolte da lui in campagna,. Divennero amici: con lui poteva parlare del mondo spirituale, con un’anima che portava in sé una sapienza tutta elementare e produttiva e che portava il sapere istintivo di epoche preistoriche. Questo iniziato era profondamente umano e socievole e rispettato nel villaggio in cui abitava. Quell’uomo rimase anche in seguito, dopo la separazione, vicino all’anima di Steiner e compare nei suoi misteri drammatici con il nome di Felix Balde.

La filosofia che Steiner sentiva esporre non arrivava fino alla percezione del mondo spirituale. Ciò lo portò ad elaborare per sé una specie di "teoria della conoscenza". A tal proposito egli così si espresse: "Sperimentare i pensieri era per me vivere in una realtà così interamente e intensamente vissuta, che nessun dubbio poteva sfiorarla. Il mondo dei sensi non mi sembrava altrettanto sperimentabile. Esiste, sì, ma non lo si afferra nell’intimo, come si afferra il pensiero: in esso o dietro di esso potrebbe celarsi un’esistenza ignota. Ma l’uomo è situato in questo mondo. Da ciò nasce la domanda: è il mondo dei sensi una realtà completa? E quando l’uomo, al contatto con esso, trae dalla propria interiorità i pensieri che portano luce in questo mondo dei sensi, vi aggiunge egli effettivamente qualcosa di estraneo? Ciò non si accorderebbe affatto con la esperienza che si ha quando il mondo dei sensi sta dinanzi all’uomo e questi vi penetra coi propri pensieri; anzi i pensieri appaiono allora il mezzo attraverso il quale il mondo dei sensi esprime se stesso."

Per evitare il pericolo di una propria concezione filosofica prematura, intraprende lo studio accurato di Hegel restando insoddisfatto che egli, pur pervenendo al pensiero vivente, non arrivi alla percezione di un mondo spirituale concreto.

Gli studi obbligatori non soffrirono per il tempo dedicato alle ricerche filosofiche in quanto aveva precedentemente molto studiato il calcolo differenziale e la geometria analitica. A proposito della matematica egli così si espresse: "La matematica conservò per me tutta la sua importanza anche come base della mia ricerca filosofica: essa dà infatti un sistema di concetti, acquistati indipendentemente da ogni esperienza sensibile esterna eppure – mi ripetevo a quel tempo – queste vedute e questi concetti si possono applicare alla realtà sensibile; anzi, per loro mezzo troviamo le leggi che la governano. Attraverso la matematica si impara a conoscere il mondo, ma bisogna prima di tutto far sorgere la matematica dall’anima umana."

Cercava aiuto nella matematica per superare le proprie difficoltà nella rappresentazione dello spazio in connessione anche con quella del tempo. Queste sue aspirazioni conoscitive venivano rese difficili dagli obblighi degli studi regolari che lo soddisfacevano poco in connessione alla sua sete di conoscenza. Si dedicava a ciò che veniva insegnato ma, nel fondo dell’anima, nutriva la speranza che un giorno la connessione tra la scienza naturale e la conoscenza spirituale gli si sarebbe rivelata. Con questa sua aspirazione contrastava quanto si sviluppava, in campo scientifico, sotto l’influsso del darwinismo, che gli appariva un’assurdità scientifica.

La teoria meccanica del calore la studiava seguendo, per due anni, le lezioni di Edmund Reitlinger, autore del libro Sguardi liberi, per il quale nutriva una straordinaria venerazione. Per Reitlinger Newton rappresentava l’apice della ricerca fisica e divideva la storia della fisica tra prima e dopo di Newton. Presentava Kepler, caratterizzava magistralmente Julius Robert Mayer. Alcune settimane dopo che Steiner aveva sostenuto con lui l’ultimo esame, soccombeva ad una malattia polmonare che da tempo lo affliggeva. Poco prima della sua fine aveva dato a Steiner delle presentazioni per le sue lezioni private, fornendogli la base per il reperimento dei mezzi di sussistenza degli anni seguenti.

Le ipotesi sui processi percettivi, connessi alla teoria del movimento della materia e la conseguente soggettività delle impressioni sui sensi, procuravano indicibili difficoltà al suo pensiero che rilevava la pericolosità di tale via ai fini di una corretta teoria della conoscenza, connessa alla spiritualità.

I pensieri di Schiller, contenuti nella sua Educazione estetica dell’uomo, lo attiravano, in quanto parlavano della necessità di uno stato particolare di coscienza per sperimentare la bellezza del mondo. Steiner credeva che un tale stato di coscienza si raggiunga, almeno fino ad un certo grado, quando l’uomo non ha soltanto dei pensieri che riflettono i fatti e i processi esteriori, ma dei pensieri ch’egli sperimenta quali pensieri stessi. Per questa via si perviene ad una realtà spirituale che si ritrova poi anche nell’intimo della natura, potendo così conseguirne una vera conoscenza.

Alla sua anima si presentava così una veggenza spirituale non fondata su oscuri sentimenti mistici, ma che nella sua trasparenza si poteva paragonare al pensiero matematico. Si avvicinava in tal modo a quell’atteggiamento dell’anima nel quale credeva di poter giustificare la visione del mondo spirituale, che portava in sé, anche dinanzi al foro del pensiero scientifico sulla natura. Era al suo ventiduesimo anno.

 

* * *

Come si vede Steiner raccoglie tutto il materiale conoscitivo possibile per poter conseguire la realizzazione del suo profondo anelito di armonizzare la sua chiara visione del mondo spirituale con la conoscenza della natura materiale, mirando anche a dimostrare che vi potrà essere una vera conoscenza di essa solo partendo dalla natura spirituale dell’io, che, attingendo alle conoscenze spirituali potrà portare luce nel mondo delle esperienze sensibili. Egli si stava così decisamente preparando a mettere a punto una propria autonoma concezione del mondo, che in seguito prenderà corpo nella sua opera fondamentale, intitolata LA FILOSOFIA DELLA LIBERTÀ, avente per sottotitoli:

 

Tratti fondamentali di una concezione moderna del mondo

Risultati d’osservazione animica secondo il metodo delle scienze naturali.

 

IV

 VIENNA - DAI 22 AI 24 ANNI

Indice

 

Ai doveri derivanti dai suoi studi universitari e dagli sforzi che egli faceva per rispondere ai problemi che gli scaturivano dalla sua veggenza spirituale, si aggiungevano quelli per dare lezioni private, per poter aiutare la famiglia a mantenerlo agli studi.

In tali condizioni gli restava poco tempo per coltivare le amicizie, verso cui lo portava la sua innata socievolezza. Va precisato che la scelta degli amici era del tutto spontanea e non dipendente dalle sue conoscenze spirituali, giacché, entrare nell’intimo delle anime umane, lui lo riteneva altrettanto illecito come leggere la corrispondenza privata.

Una profonda amicizia lo univa ad un giovane, ardente e magnifico idealista, vero tipo dell’adolescente tedesco, biondo e con schietti occhi celesti. Era un appassionato wagneriano, per la sua musica espressiva. Steiner al contrario era per un tipo di musica in cui la figura musicale era l’espressione d’un lato essenziale della realtà in forma di puro suono. Di fronte alle diverse forme musicali le loro opinioni divergevano; ciò che a Steiner sembrava di piombo per l’altro era fonte di estasi; viceversa questi si annoiava a morte nell’ascoltare della musica che voleva essere semplicemente musica. Sulle diverse impressioni discutevano animatamente a lungo.

In quel periodo Steiner cercava di approfondirsi in ogni senso nella musica che non avesse nulla a che fare con la maniera wagneriana. La comprensione di Wagner fu raggiunta, con grandi difficoltà, molto più tardi.

Un’altra importante amicizia giovanile cade in questo periodo; stavolta si trattava di un giovane, dal carattere malinconico, che si sentiva poeta e che aveva già scritto una tragedia Annibale e molte liriche.

Questi due amici frequentavano anch’essi le lezioni di "esposizione orale e scritta" tenute da Schröer al Politecnico, dalle quali, con altri, ricavavano meravigliosi impulsi, dato anche che Schröer discuteva con gli allievi i diversi argomenti, elevando le loro anime con il suo splendido idealismo e con il suo nobile entusiasmo.

Anche con un altro giovane, proveniente dalla Transilvania, che si sentiva anch’esso poeta - conosciuto anche lui alle lezioni di Schröer - strinse un’intima amicizia. Questo giovane, nel gruppo, tenne una conferenza sul pessimismo che corrispondeva alla sua concezione della vita, riferendosi anche a quanto appreso da Schopenhauer. Steiner si offrì di tenere un contraddittorio, confutando vivacemente il pessimismo di Schopenhauer, definendolo, fin d’allora, un "genio limitato" e concludendo il proprio discorso con le parole: "Se il signor conferenziere, nella sua esposizione sul pessimismo, dovesse aver ragione, preferirei essere il pezzo di legno su cui poso i piedi, piuttosto che un uomo".

Questo episodio portò al risultato di un’intima amicizia con il giovane che si affezionò a Steiner e per il quale aveva una fiducia sconfinata. La sete di rapporti umani di Steiner fu aiutata da questo giovane che lo portava ad incontrare le persone da lui frequentate.

Riguardo alle sue amicizie giovanili Steiner scrisse: "Singolare era il rapporto che le mie amicizie giovanili avevano allora con l’insieme della mia vita: mi costringevano ad una specie di duplice vita dell’anima. La lotta coi problemi della conoscenza, che mi assorbivano allora in prima linea, trovava sempre nei miei amici vivo interesse, ma poca partecipazione attiva; nell’esperienza interiore di questi problemi rimanevo piuttosto solo. Dal canto mio partecipavo pienamente a tutto quanto riguardava i miei amici. Vennero così a formarsi nella mia vita due correnti parallele: l’una, che percorrevo come un viandante solitario; l’altra, nella quale vivacemente mi accompagnavo con le persone che m’erano divenute care. E anche le esperienze di questa seconda corrente furono in molti casi di profonda e durevole importanza per il mio sviluppo".

Va ricordato in maniera speciale un amico, già compagno di scuola a Wiener-Neustadt, che aveva portato a scuola il volume di Heine sulla scuola romantica e la storia della filosofia in Germania. La vista casuale di questo libro indusse Steiner a leggerlo, trovando in esso un argomento a lui familiare, ma trattato da Heine con una mentalità e un sentimento in radicale contrasto con quanto in lui si andava formando, ricevendone peraltro forte incitamento all’introspezione per vagliare ciò che a lui era necessario.

Questo giovane era un sognatore, di carattere chiuso, e si considerava poeta per vocazione. Con Steiner era aperto. Viveva la sua vita come un sogno e anche i suoi amori giovanili restavano su tale piano. Questo rapporto costringeva Steiner a entrare in un’altra realtà, lontana dal mondo dei suoi pensieri.

Circa la stessa cosa gli avveniva con un altro compagno di Wiener-Neustadt, di una classe inferiore alla sua, iscrittosi al Politecnico, dove studiava chimica e le teorie della scienza naturale. In tale atmosfera materialistica – in contrasto col suo più intimo essere - non poteva partecipare al mondo di Steiner, con il quale dibatteva animatamente costringendolo a raccogliere il materiale per ribattere a tutti gli argomenti che la scienza materialistica oppone ad una visione spirituale del mondo.

A tal proposito Steiner in seguito scrisse: "L’Io era per me un’esperienza, interiormente abbracciabile, e non meno sicura di qualsiasi altra riconosciuta dal materialismo, di una realtà esistente in se stessa, nella quale però non c’era nulla di materiale. Questa sicura conoscenza interiore della realtà e della spiritualità dell’io mi ha sostenuto in tutti gli anni seguenti contro ogni tentazione del materialismo. Sapevo che l’Io nulla può toccarlo. E mi era chiaro che chi lo concepisce come una forma di manifestazione, come un prodotto di altri processi, semplicemente non lo conosce".

In quel tempo Steiner si fece socio del "Circolo tedesco di lettura" del Politecnico, in cui si discutevano a fondo, in grandi assemblee o in piccoli gruppi, le manifestazioni politiche e culturali dell’epoca, da un punto di vista delle più svariate posizioni giovanili. Era il tempo in cui i partiti nazionalisti si delineavano sempre più e si potevano distinguere, fin d’allora, i primi germi di ciò che condusse poi allo sfacelo dell’Impero.

Steiner era stato eletto bibliotecario del Circolo e scriveva centinaia di lettere settimanali per chiedere agli autori opere in omaggio, che arricchivano rapidamente la Biblioteca di opere riguardanti la letteratura scientifica, artistica, storica e politica dell’epoca. Egli era il primo avido lettore dei libri regalati.

Più tardi venne eletto, con il voto di tutti i partiti, presidente del Circolo; compito ben più difficile del primo in quanto ciò lo sottoponeva alle pressioni dei seguaci di ciascun partito che pretendevano il riconoscimento esclusivo della propria posizione. Dopo sei mesi tutti votarono contro di lui, ché nel frattempo avevano scoperto che a nessun partito dava mai tutte le ragioni ch’esso pretendeva di avere.

Il suo spirito socievole trovava largo appagamento nel Circolo. Ha assistito a molte interessanti sedute parlamentari, che spesso toccavano a fondo la vita della Nazione, dalla tribuna della Camera dei Deputati e del Senato, interessandosi estremamente alle personalità dei vari deputati.

Ascoltò il filosofo Bartolomeo Carneri, oratore principale del bilancio, che con parole taglienti accusava il ministero Taaffe, in difesa dello spirito tedesco in Austria.

C’era Ernst von Plener, oratore asciutto, indiscussa autorità in materia di finanze, che faceva rabbrividire quando, con freddezza calcolatrice, criticava le spese del ministro delle finanze Dunajewski.

Il ruteno Thomaszuck tuonava contro la politica delle nazionalità, cercando parole calzanti per fomentare le antipatie contro i ministri.

Il clericale Lienbacher - parlava con furberia contadinesca, ma sempre con intelligenza - con la testa inclinata in avanti, faceva apparire il suo discorso come la quintessenza di concezioni purissime.

Incisivi erano i discorsi del "giovane boemo" Gregr, che dava l’impressione di essere un mezzo demagogo.

C’era anche Rieger, dei "vecchi boemi", incarnazione dello spirito cèco nel suo senso caratteristico più profondo, quale s’era andato da lungo tempo formando, per giungere, alla metà del secolo XIX, all’autocoscienza: un uomo poggiato in se stesso, come pochi, dall’animo vigoroso, guidato da una volontà sicura.

A destra, dal centro del banco polacco, parlava Otto Hausner, oratore che già allora, e spesso poi, ebbe parole profetiche per l’avvenire dell’Austria.

Ma allora si rideva anche di cose che solo pochi decenni più tardi divennero amara realtà.

 

V

VIENNA - DAI 22 AI 24 ANNI (2ª parte)

Indice

 

L’osservazione della complicata vita pubblica austriaca non ebbe presa sull’anima di Steiner. Solo con Karl Julius Schröer – che in seguito chiamerà suo Maestro – poteva conversare in modo avvincente, durante le frequenti visite a casa del professore.

Il suo destino era intimamente connesso con quello dei Tedeschi dell’Austria-Ungheria. Era figlio di Tobia Gottfried Schröer direttore di un liceo tedesco di Pressburgo e scrittore di drammi e di libri di storia e d’estetica, che vennero pubblicati sotto lo pseudonimo di Chr. Oeser. Era uno spirito in diretta opposizione alla corrente allora dominante in Ungheria e questo lo costrinse a rinunziare al nome sui propri libri, per non essere licenziato dal suo ufficio. Ebbero largo consenso solo come libri di testo, ma erano apprezzati da una cerchia ristretta di lettori, e in parte in paesi tedeschi d’oltre confine.

L’atmosfera di oppressione contro lo spirito tedesco, vissuta nella casa paterna, portò Karl Julius Schröer, fin dalla gioventù, ad un’intima dedizione allo spirito e alla letteratura tedesca e ad un immenso amore per Goethe, anche sotto l’influenza della storia della poesia tedesca del Gervinus.

Nel decennio 1840-1850 aveva studiato in Germania lingua e letteratura tedesca alle Università di Lipsia, Halle e Berlino; poi divenne professore di letteratura tedesca nel liceo del padre e direttore di una scuola normale. Pubblicò Rappresentazioni natalizie tedesche in Ungheria contenenti le tradizioni dei coloni tedeschi, immigrati secoli prima in Ungheria, fedelmente conservate e rappresentate nei periodi natalizi. Pubblicò vocabolari e grammatiche del dialetto degli Zipsi dei Carpazi, dei Gottscheer della Carniola, della lingua degli Eanzi dell’Ungheria occidentale, il tutto a seguito dei suoi tanti viaggi tra quella gente.

Più tardi divenne professore a Budapest, ma insoddisfatto della corrente dominante, si trasferì a Vienna, inizialmente alla direzione delle scuole evangeliche ed in seguito divenne professore di lingua e letteratura tedesche; in tale veste fu incontrato dal giovane Steiner, nel periodo in cui lavorava alla pubblicazione del secondo Faust, dopo aver pubblicato il primo.

Nella biblioteca-studio del Professore egli si sentiva in una benefica atmosfera spirituale e, accanto a lui, era pervaso da grande calore spirituale, nelle lunghe ore che il Maestro gli concedeva di stargli accanto, con la sensazione della presenza dello spirito di Goethe.

Steiner accoglieva con la massima simpatia tutto quanto gli proveniva dall’idealismo di Schröer, ma continuava ad elaborare autonomamente le sue intime aspirazioni spirituali. Per Schröer le idee erano la forza propulsiva della storia, mentre, per Steiner, l’essenziale era la vita dello spirito che stava dietro alle idee e queste erano solo la sua manifestazione nell’anima umana, e gli premeva di evidenziare l’inerenza tra le idee e lo spirito da cui nascono, come il colore è inerente ad un oggetto sensibile. Questo egli lo chiamava "idealismo oggettivo".

Schröer si avvicinava molto a ciò che Steiner intendeva, quando parlava dell’"anima del popolo", come di un’entità spirituale reale, uscendo dall’aspetto astratto delle idee.

A quel tempo le sue intime esperienze erano legate a Karl Julius Schröer, ma non riusciva a trovare con lui la stessa sintonia rispetto alle scienze naturali e alla conoscenza della natura con cui voleva accordare il proprio "idealismo oggettivo".

L’atteggiamento di Steiner nei confronti della scienza si andava formando a seguito delle difficoltà incontrate nel pensare i fenomeni ottici nel senso della fisica. L’analogia con cui la fisica interpretava il suono e la luce gli appariva insostenibile. Per Steiner la luce era una realtà extrasensibile che non si percepiva con la vista direttamente, ma, indirettamente, attraverso i colori. Rifacendosi alla lotta tra i realisti e i nominalisti della Scolastica, egli interpretava la luce realisticamente e i suoni nominalisticamente. Per tentare di dimostrare questa sua veduta approfondì lo studio dell’ottica dei fisici trovandovi molti elementi che lo respingevano.

Con tali sforzi si aprì un varco che lo avvicinò a Goethe, con la sua teoria dei colori, e alle sue opere sulle scienze naturali.

Nelle concezioni cui era giunto sull’ottica fisica gli parve di veder costruirsi un ponte fra le sue conoscenze del mondo spirituale e quelle della scienza naturale. Condusse degli esperimenti che lo portarono sempre più verso la teoria di Goethe. Egli si diceva: "Non è vero, come dice Newton, che il colore scaturisca dalla luce; il colore si manifesta quando al libero sviluppo della luce si frappongono degli ostacoli".

In quel periodo si occupò anche di anatomia e fisiologia, contemplando le diverse parti dell’organismo umano, animale e vegetale, nelle loro forme, giungendo. a modo suo, alla teoria goethiana della metamorfosi. Gli divenne sempre più evidente che l’immagine della natura, che si presenta ai sensi, conduce da sé a quell’altra immagine che a lui era percepibile in modo spirituale. A tal proposito egli poi nella sua autobiografia scrisse: "Quando, in quel modo spirituale, rivolgevo lo sguardo all’attività animica dell’essere umano, al pensare, sentire e volere, l’uomo spirituale prendeva forma dinanzi a me, fino ad essere percepito in immagine. Non potevo fermarmi alle astrazioni a cui si pensa generalmente quando si parla di pensare, sentire e volere: io vedevo, in queste manifestazioni interiori di vita, delle forze operanti che ponevano dinanzi a me, spiritualmente, l'uomo quale spirito. Rivolgendo poi lo sguardo alla sembianza fisica dell'uomo, questa, alla mia contemplazione, veniva integrata dalla forma spirituale che compenetra la forma visibile ai sensi.

Giunsi così alla figura "sensibile-soprasensibile" di cui parla Goethe; e che, tanto per una vera concezione della natura, quanto per una vera concezione dello spirito, s'introduce tra ciò che è afferrabile dai sensi e ciò ch’è visibile spiritualmente".

Poi aggiunge: "A quel tempo non trovavo nessuno a cui avessi potuto parlare di queste mie vedute. Se qua o là vi accennavo, apparivano frutti di un'idea filosofica, mentre io ero certissimo che a me si erano rivelate attraverso una spregiudicata conoscenza sperimentale anatomica e fisiologica.

Nello stato d'animo che pesava su me per questo mio isolamento con le mie vedute, trovavo sollievo interiore solo nel rileggere sempre di nuovo il dialogo che Goethe e Schiller ebbero tra loro nell'uscire un giorno, insieme, da un'assemblea della Società di Scienze naturali, a Jena. Entrambi erano d'accordo che non si dovesse considerare la natura così frammentariamente come aveva fatto il botanico Batsch nella conferenza che avevano ascoltata. Con due tratti, Goethe disegnò sotto gli occhi di Schiller la sua pianta primordiale: essa rappresentava, in una forma sensibile-soprasensibile, la pianta come un insieme dal quale si configurano la foglia, il fiore ecc., riproducendo in ogni singola parte il tutto. Schiller, a cagione del suo punto di vista kantiano, allora non ancora superato, nel tutto che Goethe gli presentava, poteva vedere solo un'idea che la ragione umana si forma osservando le varie parti. Goethe non voleva ammetterlo; egli vedeva spiritualmente il tutto, come sensibilmente vedeva le parti; e non ammetteva una differenza di principio tra la visione spirituale e quella sensibile, ma solo un trapasso dall'una all'altra. Per lui era evidente che tutt'e due dovessero appartenere alla realtà sperimentabile. Schiller, invece, non poteva liberarsi dalla sua opinione che la pianta primordiale fosse un'idea e non un'esperienza; al che Goethe infine - con la sua mentalità - ribatté che, in tal caso, bisognava concludere che le sue idee egli le vedesse davanti a sé, con gli occhi.

Quanto mi veniva incontro dalla comprensione, che mi pareva d'essermi conquistata, di queste parole, poneva in pace la strenua lotta che da lungo tempo mi ferveva nell'anima. La concezione goethiana della natura mi appariva assolutamente come una concezione conforme allo spirito.

Una necessità interiore mi spinse allora a elaborare in ogni particolare le opere scientifico-naturali di Goethe. Non pensavo ancora a tentare di commentarle, come feci invece qualche tempo dopo, nelle introduzioni a queste opere, per la Letteratura nazionale tedesca di Küschner. Pensavo Piuttosto a trattare qualche soggetto di scienza naturale in un lavoro autonomo, secondo il modo in cui questa scienza mi si prospettava allora, nel senso della realtà spirituale.

Ma la mia vita esteriore d'allora non era tale da perrnetterlo. Dovevo dar lezioni private sulle più disparate materie e le situazioni pedagogiche in cui dovevo ambientarmi erano varie davvero! "

Poi Steiner così conclude questo capitolo della sua vita: "Questa necessità di rielaborare sempre di nuovo le scienze naturali mi dava occasione sufficiente d'immergermi nelle concezioni correnti in questo campo, poiché eran le sole di cui potessi trattare nelle lezioni. Quello invece che più mi stava a cuore, in rapporto alla conoscenza della natura, dovevo portarlo in silenzio, chiuso in me.

L'attività d'insegnante privato, che mi offriva allora l'unico mezzo di sussistenza, mi proteggeva dal pericolo dell'unilateralità. Dovevo imparare io stesso molte cose per poterle poi insegnare; così penetrai nei " misteri " della computisteria, perchè mi si presentò l'occasione di dar lezioni di questa materia.

Anche nel campo del pensiero pedagogico mi vennero da Schröer suggerimenti preziosi. Era stato per anni direttore delle scuole evangeliche di Vienna e aveva poi narrate le sue esperienze in un simpatico opuscolo, Questioni educative. Dopo averlo letto, potei discuterne il contenuto con Schröer stesso, il quale protestava spesso contro il metodo d'impartire unicamente dati di fatto nell’educazione e nell'istruzione, e propugnava invece caldamente lo sviluppo dell'essere umano nella sua totalità".

* * *

Come risulta anche da questo capitolo, Steiner continuava tenacemente a raccogliere tutto il materiale conoscitivo necessario per rispondere ai quesiti che la sua natura particolare di veggente, che non vuole perdere il contatto con la realtà culturale corrente, gli poneva. Il risultato di questi suoi sforzi apparirà organicamente composto nella sua opera fondamentale intitolata: LA FILOSOFIA DELLA LIBERTÀ, avente i seguenti sottotitoli: Tratti fondamentali di una concezione moderna del mondo – Risultati d’osservazione animica secondo il metodo delle scienze naturali.

Il titolo e i sottotitoli acquistano pieno significato alla luce di quanto appare nella descrizione dello sviluppo autocosciente del suo Spirito.

 

VI

VIENNA E ATTERSEE - DAI 24 AI 26 ANNI

Indice

 

L’educazione di un ragazzo di dieci anni, considerato anormale sia fisicamente che psichicamente, fu un compito speciale che il destino affidò a Steiner. I genitori dubitavano che fosse possibile educarlo. Imparato a conoscere il fanciullo, mentre impartiva l’educazione elementare ai suoi tre fratelli, giudicò possibile un’educazione corrispondente al suo organismo fisico e animico, per risvegliarne le facoltà sopite; si propose per questo compito, con la fiducia della madre.

Steiner era convinto che il fanciullo avesse grandi facoltà spirituali nascoste e questo rendeva il suo compito molto soddisfacente. In breve riuscì a stabilire un legame d’affetto con l’allievo e si dedicò a tale compito con grande impegno arrivando a dedicare due ore di preparazione per lezioni di una sola mezz’ora per non stancarlo.

Nel suo libro intitolalo La mia vita scrisse:

"Questo lavoro pedagogico divenne per me una ricca fonte d'apprendimento. Il metodo educativo che dovetti applicare mi palesò il nesso tra l'elemento animico-spirituale e quello corporeo nell'uomo. Qui feci i miei veri studi di fisiologia e psicologia; e riconobbi che l'educazione e l'istruzione devono diventare un'arte che abbia le sue basi in una conoscenza vera dell'uomo."

Dopo due anni il ragazzo fu in pari con l’istruzione elementare e superò bene l’esame di ammissione al ginnasio e la sua idrocefalia era in rapido processo di diminuzione, tanto che Steiner poté consigliare alla famiglia di mandarlo alle scuole pubbliche perché la sua vita si svolgesse in contatto con altri ragazzi.

Per anni Steiner restò in contatto con quella famiglia, particolarmente con lo scopo di seguire quel figliolo, oltre agli altri tre fratelli. Nel rapporto affettuoso con la famiglia poté gettare uno sguardo sul commercio internazionale dato che il padre era agente per la vendita di cotoni indiani ed americani. Nel seguire i ragazzi, oltre ad approfondire gli studi di greco e di latino, imparò anche a giocare con essi, completando la propria esperienza in tale campo, dato che precedentemente aveva avuto poche opportunità di giocare.

Durante questo periodo si occupò della filosofia di Eduard von Hartmann con la sua teoria dell’"incosciente" ed il suo pessimismo. Steiner non condivideva la posizione di Hartmann sulla teoria della conoscenza ed a proposito del suo pessimismo magistralmente scrisse:

Il pessimismo di Eduard von Hartmann mi appariva il risultato di un'erronea interrogazione di fronte alla vita umana.

" L'uomo - pensavo - tende alla meta di attingere alla sorgente della sua interiorità ciò che può dargli pienezza e appagamento. Se, fin dal principio, la Provvidenza del mondo avesse dato all'uomo "la miglior vita possibile", come potrebbe egli far scaturire in sé questa sorgente? L'ordinamento esterno del mondo arriva a uno stadio del suo sviluppo, nel quale esso ha trasmesso il bene e il male alle cose e ai fatti. Solo qui l'essere umano si desta alla coscienza di sé, e porta avanti l'evoluzione senza che questa riceva altre direttive dalle cose e dai fatti, ma unicamente, in libertà, dalla sorgente dell'essere ". Già il porre la questione del pessimismo o dell'ottimismo mi sembrava ledere la libertà umana. Spesso mi domandavo: " Come potrebbe l'uomo essere il libero artefice della sua somma beatitudine, se l'ordinamento esterno del mondo gli avesse assegnato una certa misura di felicità? ".

Ma poiché costantemente cercavo di apprezzare un’opera umana nel suo lato positivo, la filosofia di Hartmann mi divenne preziosa nonostante fossi contrario al suo indirizzo fondamentale e alla sua concezione della vita; in quanto essa illuminava acutamente molti lati dei fenomeni stessi

Nel 1884, a 24 anni, su raccomandazione di Schröer, fu invitato da Joseph Kürschner a curare l’edizione delle opere scientifiche di Goethe, con introduzione e note, per la "Collezione della Letteratura nazionale tedesca", da lui iniziata. A tal proposito egli scrisse:

Per me questo còmpito implicava la necessità di prendere posizione, da un lato, di fronte alle scienze naturali e, dall'altro, di fronte a tutta la concezione goethiana del mondo. E trattandosi ormai di presentarmi al pubblico, dovevo portare ad una certa conclusione la concezione del mondo che mi ero venuto formando.

lo vedevo in Goethe una personalità che, per la speciale posizione spirituale che aveva dato all'essere umano di fronte al mondo, era in grado d'inserire giustamente anche la conoscenza della natura nel complesso della produzione umana. Il pensiero dell'epoca, ch'io m'ero assimilato, mi sembrava atto a formarsi delle idee solo sulla natura inanimata; lo consideravo impotente ad accostare, con le forze della conoscenza, la natura vivente.

Per dare una spiegazione della visione goethiana della natura, cercavo di mostrare come, nello spirito di Goethe, le idee avessero preso vita, come fossero divenute forme ideali.

Trovavo che la meccanica appaga il bisogno di conoscenza, perché forma razionalmente nello spirito umano dei concetti che poi trova realizzati nell'esperienza sensibile dell'inorganico. Goethe stava dinanzi alla mia anima quale fondatore di una scienza dell'organico, la quale si comporta nello stesso modo di fronte agli esseri viventi.

Ciò che Galileo ha fatto per l'inorganico, Goethe ha cercato di farlo per l'organico. Goethe divenne per me il Galileo dell'organico.

Per l'organico è necessario far sì che i concetti si sviluppino l'uno dall'altro, in modo che, nella loro progressiva vivente trasmutazione, sorgano immagini di ciò che in natura appare nell'aspetto di esseri formati. Goethe cercò di farlo, tentando di fissare nello spirito l'immagine-idea della foglia, che non è un concetto rigido privo di vita, ma un concetto suscettibile di essere rappresentato nelle forme più svariate. Si arriva così, sviluppando nello spirito queste forme l'una dall'altra, a costruire tutta la pianta; si ricrea nell'anima, idealmente, il processo reale per cui la natura ha formato la pianta.

Ci si rende conto che la natura, producendo l'organico, porta ad efficienza in se stessa un'essenzialità affine allo spirito.

Nell'introduzione alle opere botaniche di Goethe volli mostrare come, con la sua teoria della metamorfosi, egli abbia preso la giusta direzione per pensare i processi organici della natura, in modo affine allo spirito

Riguardo alla natura animale-umana, Goethe prese le mosse dal riconoscimento d'un errore ch'egli osservava tra i suoi contemporanei: questi volevano attribuire al sostrato organico dell'essere umano una speciale posizione nella natura, cercando singoli segni caratteristici diversi nell'uomo e nell'animale. Trovarono uno di tali segni nell'osso intermascellare in cui sono inseriti i denti incisivi e di cui sono forniti gli animali; quest'osso pareva invece mancare nella mascella superiore dell'uomo, apparentemente fatta d'un solo pezzo.

Ciò appariva a Goethe un errore. Per lui la torma umana era una metamorfosi della forma animale, portata ad un grado superiore di sviluppo. Tutto quanto appare nella formazione animale deve trovarsi anche in quella umana, ma in forma superiore, in modo che l'organismo umano possa diventare il portatore dello spirito autocosciente.

In tale concezione goethiana dell'organismo umano mi appariva già anticipato tutto ciò che di giustificato era stato detto più tardi, sulle basi del darwinismo, riguardo all'affinità dell'uomo con gli animali; mi sembrava anche confutata !a parte ingiustificata. L'interpretazione materialistica delle scoperte di Darwin conduce a formarsi sulla base dell'affinità tra l'uomo e l'animale delle rappresentazioni che rinnegano lo spirito proprio là dove nell'esistenza terrestre esso si manifesta nella sua forma più alta, cioè nell'essere umano. La concezione goethiana conduce a riconoscere invece la conformazione animale come una creazione dello spirito, la quale però non ha ancora raggiunto quel grado di sviluppo in cui lo spirito possa vivere come tale. Ciò che nell'uomo vive come spirito, opera nella forma animale, a un gradino precedente di sviluppo; e, nell'uomo, modifica questa forma sino al punto di manifestarsi non solo quale spirito operante ma quale spirito che sperimenta se stesso.

Vista così, l'osservazione goethiana della natura, seguendo di grado in grado l'evoluzione naturale dall'inorganico all'organico, conduce la scienza naturale al trapasso verso una scienza spirituale

Come si debba conoscere, per penetrare nelle manifestazioni della vita; questo io volevo mostrare a proposito degli studi goethiani sulla scienza dell'organico. Ma presto mi resi conto che una simile trattazione abbisognava di una solida base. L'essenza del conoscere veniva rappresentata allora, dagli uomini del mio tempo, in una forma che non poteva accostarsi alla concezione di Goethe. I teorici della conoscenza avevano dinanzi agli occhi la scienza naturale quale era in quel momento; quel ch'essi dicevano sulla natura della conoscenza valeva solo per la comprensione dell'inorganico: nessun accordo era possibile fra le teorie della conoscenza allora in voga e quanto io avevo da dire sulla conoscenza praticata da Goethe.

Dalla mia trattazione dell'opera scientifica di Goethe fui dunque di nuovo condotto ad occuparmi di teoria della conoscenza

Scopersi che, per il modo di conoscenza goethiano, non esisteva una teoria della conoscenza, e ciò mi spinse a tentare di tracciarne una, almeno nelle sue linee fondamentali. Scrissi allora la mia Teoria della conoscenza della concezione goethiana del mondo, spinto da un bisogno interiore, prima di accingermi al lavoro intorno ai volumi seguenti delle opere scientifiche di Goethe. Questo volumetto fu ultimato nel 1886.

 


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