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Il curatore invisibile: come gli algoritmi decidono l'agenda politica degli italiani

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Il curatore invisibile: come gli algoritmi decidono l'agenda politica degli italiani

Photo: ChatGPT, Public domain, via Wikimedia Commons

C'è un momento preciso in cui una questione politica smette di essere marginale e diventa urgente. Quel momento, un tempo, era determinato da una combinazione di eventi reali, pressioni sociali, scelte editoriali e mediazione istituzionale. Oggi, in misura crescente, è determinato da un sistema automatico che non conosce il bene comune, non ha memoria storica e non risponde ad alcun elettorato.

Gli algoritmi di raccomandazione di Meta, Google, TikTok e delle altre grandi piattaforme digitali svolgono, nei fatti, una funzione che in una democrazia sana dovrebbe essere oggetto di negoziazione pubblica: stabiliscono quali temi meritano attenzione collettiva e quali restano nell'ombra. Lo fanno in silenzio, con una continuità e una capillarità che nessun direttore di giornale ha mai potuto esercitare.

La selezione che non vediamo

L'antropologia politica ha da sempre studiato come le comunità umane costruiscono il proprio ordine del giorno: quali problemi vengono nominati, quali taciuti, e chi detiene il potere di compiere questa scelta. Per secoli, questa funzione è stata esercitata da istituzioni visibili — la chiesa, il parlamento, la stampa — soggette, almeno in linea di principio, a forme di accountability pubblica.

Le piattaforme digitali hanno introdotto un intermediario radicalmente diverso. Il loro criterio di selezione non è la rilevanza civica di un tema, ma la sua capacità di generare coinvolgimento: like, condivisioni, commenti, tempo di permanenza sullo schermo. Questo significa che i contenuti emotivamente carichi, polarizzanti o sensazionali vengono sistematicamente privilegiati rispetto a quelli che richiedono riflessione, contestualizzazione o pazienza.

In Italia, questo meccanismo si innesta su un terreno già vulnerabile. Il paese porta con sé una tradizione di frammentazione politica, di diffidenza istituzionale e di forte identità regionale e sub-culturale. Gli algoritmi non hanno creato queste fratture, ma le hanno rese più profonde e più difficili da attraversare.

Bolle che non comunicano

Il concetto di "bolla informativa" è ormai entrato nel lessico comune, ma rischia di essere usato in modo troppo generico, perdendo la sua forza analitica. Non si tratta semplicemente di persone che leggono fonti diverse: si tratta di comunità che abitano versioni incompatibili della realtà politica, in cui non solo le interpretazioni divergono, ma divergono i fatti stessi ritenuti rilevanti.

Un elettore che accede all'informazione politica prevalentemente attraverso un feed di Facebook ottimizzato per il suo profilo vedrà amplificati i temi che già lo preoccupano, incontrerà raramente voci dissonanti e svilupperà una percezione distorta di quanto siano diffuse le sue stesse posizioni. Questo fenomeno — che i ricercatori chiamano false consensus effect — ha conseguenze concrete sulla partecipazione democratica: chi crede che la propria visione sia maggioritaria tende a radicalizzarsi, non a mediare.

In un paese come l'Italia, dove la fiducia nelle istituzioni è storicamente bassa e il capitale sociale è distribuito in modo diseguale, questo processo di incapsulamento identitario rischia di rendere ancora più difficile la costruzione di coalizioni politiche ampie e di narrative condivise.

L'agenda che nessuno ha scelto

Una delle conseguenze meno discusse della mediazione algoritmica riguarda ciò che non viene visto. Per ogni tema che esplode sui social — una dichiarazione controversa, uno scandalo, una polemica identitaria — esistono decine di questioni strutturali che non producono abbastanza engagement da meritare amplificazione.

La crisi demografica italiana, la desertificazione industriale di intere aree del Mezzogiorno, il progressivo impoverimento del ceto medio professionale: sono temi complessi, che richiedono dati, comparazioni storiche e pensiero sistemico. Non si prestano facilmente al formato del video breve o del post indignato. Restano quindi ai margini del dibattito digitale, anche quando la loro rilevanza politica sarebbe enorme.

Questa distorsione non è neutrale. Favorisce una politica dell'immediato e dell'emotivo, penalizzando la capacità delle istituzioni democratiche di affrontare problemi che si dispiegano nel tempo lungo. Il parlamento, i partiti, i movimenti sociali finiscono per inseguire l'agenda costruita dagli algoritmi, invece di proporne una propria.

Il problema del mandato

Dal punto di vista dell'antropologia politica, la questione centrale non è tecnica ma di legittimità. Chi ha conferito agli algoritmi il mandato di curate il dibattito pubblico italiano? Nessuno, almeno non in modo esplicito. Eppure questo mandato viene esercitato ogni giorno, su milioni di persone, con effetti che incidono profondamente sulla formazione dell'opinione e, di conseguenza, sul comportamento elettorale.

Le piattaforme si difendono sostenendo di essere strumenti neutrali, semplici specchi della domanda degli utenti. È una difesa che non regge all'analisi: ogni sistema di raccomandazione è il prodotto di scelte umane — su quali variabili ottimizzare, quali comportamenti incentivare, quali contenuti penalizzare. Queste scelte hanno conseguenze politiche, anche quando non sono motivate da intenzioni politiche.

L'Europa ha iniziato a rispondere con strumenti normativi come il Digital Services Act, che impone alle grandi piattaforme maggiore trasparenza sui propri algoritmi e obblighi di valutazione del rischio sistemico. È un passo importante, ma insufficiente finché non si affronta la questione di fondo: la selezione dell'agenda politica è una funzione che appartiene alla sfera pubblica, non al mercato.

Recuperare il controllo umano

Riportare l'umanità al centro di questo processo non significa rifiutare la tecnologia, ma ridefinire i termini del suo utilizzo in ambito democratico. Alcune proposte concrete sono già in discussione: sistemi di raccomandazione che diano peso alla diversità informativa oltre che alla rilevanza individuale, strumenti di media literacy integrati nelle piattaforme, obblighi di trasparenza sulle logiche di amplificazione dei contenuti politici.

Ma il cambiamento più profondo è culturale. I cittadini italiani — e le loro istituzioni — devono tornare a rivendicare il diritto di stabilire da soli quali questioni meritano attenzione collettiva. Questo significa investire in forme di informazione che non dipendono dalla logica dell'engagement, sostenere il giornalismo di inchiesta, valorizzare gli spazi di deliberazione pubblica che non passano per un feed algoritmico.

La democrazia ha sempre avuto bisogno di mediatori: giornalisti, intellettuali, istituzioni capaci di tradurre la complessità in linguaggio condiviso. Il problema non è che oggi esistano nuovi mediatori, ma che questi nuovi mediatori non abbiano né volto né responsabilità. Restituire un volto alla selezione dell'agenda politica è, prima di tutto, un atto antropologico: il riconoscimento che la politica è una faccenda umana, e che come tale deve restare nelle mani degli esseri umani.

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