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Anatomia del risentimento: leggere il malessere italiano oltre la superficie del voto

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Anatomia del risentimento: leggere il malessere italiano oltre la superficie del voto

Photo: Lotta Femminista per il salario al lavoro domestico di Padova, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Un'emozione politica sottovalutata

Il risentimento è forse l'emozione politica più diffusa nell'Italia contemporanea e, al tempo stesso, la meno compresa. Lo si evoca spesso come sinonimo di rabbia, di invidia sociale, di chiusura identitaria. Ma chi si avvicina con strumenti antropologici alla realtà del paese scopre qualcosa di più complesso e stratificato: una costellazione di stati emotivi che condividono un nucleo comune — la percezione di un'ingiustizia subita, di un riconoscimento negato, di una promessa non mantenuta — ma che divergono profondamente nelle loro forme di espressione e nelle loro potenzialità trasformative.

Friedrich Nietzsche fu il primo a teorizzare il ressentiment come categoria filosofica, descrivendolo come un'emozione reattiva che si rivolge contro chi è percepito come responsabile di una condizione di inferiorità. Ma l'antropologia politica contemporanea ha raffinato e complicato questa lettura, distinguendo tra forme di risentimento che producono paralisi e forme che invece generano mobilitazione, tra risentimento che cerca un capro espiatorio e risentimento che cerca giustizia.

Una mappatura del territorio emotivo italiano

Se si provasse a cartografare il risentimento italiano come un etnologo farebbe con i codici culturali di una comunità, emergerebbe un paesaggio articolato e per certi versi sorprendente.

Esiste, innanzitutto, un risentimento generazionale che attraversa trasversalmente le classi sociali: quello dei giovani adulti — la cosiddetta generazione dei trenta-quarantenni — che hanno fatto tutto ciò che il patto sociale implicito prometteva (studio, sacrificio, mobilità) e si sono trovati davanti a un mercato del lavoro frammentato, un sistema pensionistico che li esclude di fatto, un mercato immobiliare inaccessibile. Questo risentimento ha una caratteristica specifica: è spesso silenzioso, quasi vergognoso, come se ammettere di sentirsi traditi equivalesse a riconoscere un fallimento personale. È un risentimento che si consuma in privato, che raramente trova voce politica organizzata, e che si manifesta più spesso come emigrazione silenziosa — fisica o psicologica — che come protesta.

Esiste poi un risentimento territoriale, che non coincide perfettamente con la frattura Nord-Sud ma la attraversa e la complica. È il risentimento di chi abita in aree interne, in piccoli centri svuotati di servizi, in periferie urbane dimenticate dai piani di sviluppo. Non è necessariamente un risentimento contro il centro o contro le élite in senso astratto: è spesso un risentimento molto concreto, diretto verso istituzioni specifiche che hanno chiuso un ospedale, soppresso una linea ferroviaria, lasciato marcire un edificio scolastico.

Un terzo tipo, forse il più visibile mediaticamente, è il risentimento identitario: quello alimentato dalla percezione che la propria identità culturale, il proprio stile di vita, i propri valori siano oggetto di disprezzo o di marginalizzazione da parte di élite cosmopolite. È questo il risentimento che i movimenti populisti hanno saputo intercettare e amplificare con maggiore efficacia, trasformandolo in combustibile elettorale.

Come la politica italiana gestisce (o non gestisce) il risentimento

La classe politica italiana, nella sua configurazione attuale, ha sviluppato sostanzialmente tre strategie nei confronti del risentimento diffuso, nessuna delle quali appare davvero adeguata.

La prima è la strumentalizzazione emotiva: identificare un bersaglio — l'immigrato, il burocrate europeo, il magistrato, il giornalista — su cui proiettare il risentimento collettivo, amplificarlo attraverso i canali comunicativi disponibili e convertirlo in consenso elettorale immediato. Questa strategia ha dimostrato una certa efficacia nel breve periodo, ma produce effetti collaterali sistemici: polarizza il discorso pubblico, impedisce l'elaborazione collettiva del disagio, trasforma il risentimento da potenziale energia trasformativa in benzina per conflitti identitari sterili.

La seconda strategia è il silenziamento tecnocratico: ignorare la dimensione emotiva del disagio politico, trattare le questioni sociali come problemi tecnici che richiedono soluzioni razionali, e interpretare il risentimento come il prodotto dell'ignoranza o della manipolazione mediatica. Questa postura — diffusa in certi ambienti liberal-progressisti e in una parte della cosiddetta società civile colta — ha il vantaggio dell'onestà intellettuale ma il grave difetto di non parlare la lingua di chi soffre. Il risultato è un circolo vizioso: più le élite moderate ignorano il risentimento, più questo si radicalizza e si consegna a chi è disposto ad ascoltarlo, sia pure strumentalmente.

La terza strategia, meno comune ma non assente, è la mediazione narrativa: tentare di dare voce al risentimento senza amplificarne le componenti distruttive, riconoscendo la legittimità del disagio senza indicare capri espiatori, e orientando l'energia emotiva verso rivendicazioni concrete e trasformabili in politiche pubbliche. È la strada più difficile, perché richiede capacità di ascolto profondo e coraggio politico. Ma è anche l'unica che può trasformare il risentimento da problema in risorsa democratica.

Il risentimento produttivo: quando il disagio diventa motore

L'antropologia politica insegna che il risentimento non è necessariamente una forza regressiva. Nella storia italiana, alcune delle trasformazioni sociali più significative sono nate da forme di risentimento collettivo che hanno trovato canali di espressione organizzata: il movimento operaio del primo Novecento, le lotte per i diritti civili degli anni Settanta, le mobilitazioni ambientaliste più recenti.

Ciò che distingue il risentimento produttivo da quello sterile non è la sua intensità, ma la sua capacità di articolarsi in un linguaggio di diritti, di costruire solidarietà trasversali, di identificare cause strutturali anziché bersagli individuali. Un risentimento che dice «siamo stati traditi da un sistema che ha promesso equità e ha prodotto disuguaglianza» ha una potenzialità democratica molto diversa da uno che dice «siamo stati traditi da quel gruppo specifico di persone».

Verso un'ascolto antropologico del disagio

Ciò che manca, nella politica italiana contemporanea, è una capacità sistematica di ascolto antropologico: la disponibilità a sedersi con il disagio, a lasciarlo parlare senza fretta di catalogarlo o di neutralizzarlo, a comprenderne le radici storiche e culturali prima di proporre risposte.

Alcune pratiche esistono già, spesso ai margini del sistema formale: le comunità di pratiche nei territori, i gruppi di mutuo aiuto, le esperienze di mediazione comunitaria. Ma restano frammentate, poco valorizzate, quasi mai connesse ai luoghi dove si prendono le decisioni politiche rilevanti.

Una democrazia matura ha il compito di costruire ponti tra questi luoghi di ascolto informale e le istituzioni rappresentative. Non per neutralizzare il risentimento, ma per dargli la possibilità di diventare qualcosa di più: una domanda di giustizia articolata, una pressione trasformativa, un'energia collettiva capace di rinnovare il patto tra governanti e governati. Questo è, in fondo, il compito più urgente di chi crede ancora nel potere dell'umano nella politica.

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