Carne e potere: perché la politica italiana ha perso il senso del corpo
Photo: Max Dziekański, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons
Il discorso politico come spazio senza pelle
Esiste un paradosso al cuore della democrazia rappresentativa italiana: chi governa lo fa in nome dei cittadini, ma sempre più raramente in nome dei loro corpi. Le piattaforme elettorali parlano di PIL, di spread, di riforme strutturali, di transizioni digitali. Raramente parlano di stanchezza, di dolore cronico, di notti insonni per pagare un affitto, di corse in pronto soccorso che si trasformano in attese infinite. Il corpo — quella realtà materiale e imprescindibile che ogni essere umano abita — è sparito dal vocabolario politico pubblico.
Non si tratta di una dimenticanza accidentale. È il risultato di un processo lungo decenni, durante il quale la politica italiana si è tecnicizzata, si è fatta linguaggio di esperti, ha adottato categorie mutuate dall'economia e dalla statistica per descrivere fenomeni che sono, nella loro essenza, profondamente umani e corporei. La povertà non è solo un dato ISTAT: è il peso specifico di un corpo che salta un pasto. La disoccupazione non è solo una percentuale: è la tensione muscolare di chi non sa come risponderà ai propri figli quella sera.
Cosa si intende per politica incarnata
Il concetto di embodied politics — politica incarnata — non è nuovo nella teoria politica e nell'antropologia. Deriva dall'idea, elaborata tra gli altri da Maurice Merleau-Ponty e ripresa da pensatori come Judith Butler, che l'esperienza umana non sia mai puramente cognitiva o astratta, ma sempre mediata dal corpo: dalla sua vulnerabilità, dai suoi bisogni, dalla sua capacità di soffrire e di provare piacere.
Applicata alla sfera politica, questa prospettiva suggerisce che una democrazia autentica non può permettersi di ignorare la dimensione corporea dei propri cittadini. Le politiche sanitarie, quelle del lavoro, quelle abitative non sono solo questioni tecniche da affidare a commissioni ministeriali: sono decisioni che si iscrivono direttamente sui corpi delle persone, che ne modificano la salute, la postura, la longevità, la dignità quotidiana.
In Italia, questa consapevolezza è andata perdendosi in modo particolarmente acuto negli ultimi trent'anni. Le grandi narrazioni politiche del dopoguerra — tanto quelle della sinistra quanto quelle della destra — avevano ancora un rapporto diretto con la materialità dell'esistenza popolare. Si parlava di operai, di contadini, di famiglie, di quartieri. Si parlava, implicitamente, di corpi al lavoro, di corpi in affitto, di corpi che si ammalavano nelle fabbriche.
La svolta astratta degli anni Novanta e le sue conseguenze
Con la transizione degli anni Novanta — Tangentopoli, la dissoluzione dei partiti di massa, l'avvento del bipolarismo mediatico — la politica italiana ha subito una trasformazione profonda. I partiti si sono svuotati di iscritti e, con essi, di quella rete capillare di conoscenza diretta del territorio e delle sue sofferenze concrete. Il politico di professione ha smesso di essere, nella maggior parte dei casi, qualcuno che proveniva da un'esperienza corporea specifica — l'officina, la scuola, il sindacato — per diventare sempre più spesso un comunicatore, un tecnico, un gestore di immagine.
Il risultato è stato una progressiva desensibilizzazione del discorso pubblico rispetto alla realtà materiale dei cittadini. Le riforme del welfare degli ultimi decenni, ad esempio, sono state quasi invariabilmente presentate attraverso il filtro della sostenibilità finanziaria, raramente attraverso quello dell'impatto concreto sulla vita delle persone. La riforma pensionistica del 2011, per citare un caso emblematico, è stata comunicata quasi esclusivamente in termini di numeri e di equilibri di bilancio. Le storie dei lavoratori rimasti senza reddito né pensione per anni — i cosiddetti esodati — sono emersi come problema politico solo quando il loro numero è diventato impossibile da ignorare.
Il corpo assente nelle campagne elettorali
Basta scorrere le campagne elettorali degli ultimi anni per rendersi conto di quanto questa assenza sia diventata strutturale. I messaggi dominanti oscillano tra promesse fiscali, narrazioni identitarie e slogan sulla sicurezza. Rarissimamente compaiono riferimenti espliciti alla salute pubblica, all'accessibilità delle cure, alla fatica fisica del lavoro precario, all'invecchiamento della popolazione come esperienza vissuta — non solo come problema demografico.
Anche quando il corpo entra nel discorso politico, lo fa spesso in forma distorta: come oggetto di paura (il corpo dello straniero, il corpo del criminale) o come simbolo identitario (il corpo della nazione, il corpo della tradizione). Raramente come soggetto di cura, di riconoscimento, di diritti concreti.
Verso una riconnessione: esperienze e possibilità
Esistono, tuttavia, segnali che qualcosa stia cambiando, almeno ai margini del sistema politico tradizionale. Alcune esperienze di partecipazione civica — dai bilanci partecipativi alle assemblee di quartiere, fino alle iniziative di advocacy dei pazienti cronici o dei caregiver — mostrano che quando i cittadini vengono messi nelle condizioni di parlare dalla propria esperienza corporea e quotidiana, il discorso politico si arricchisce di una concretezza che i palazzi istituzionali hanno perso.
In alcune amministrazioni locali italiane, soprattutto di media dimensione, si stanno sperimentando forme di ascolto strutturato che cercano di rimettere al centro la narrazione biografica dei cittadini: non solo i loro orientamenti ideologici o le loro preferenze astratte, ma le loro storie di malattia, di lavoro, di cura, di mobilità difficile. Sono esperienze ancora minoritarie, spesso fragili, ma indicative di una direzione possibile.
Il mandato antropocratico della politica
Una politica che si voglia davvero al servizio dell'umano — non dell'umano astratto, ma di quello concreto, situato, corporeo — ha il dovere di tornare a fare i conti con la materialità dell'esistenza. Questo non significa rinunciare alla complessità tecnica delle politiche pubbliche, né coltivare un populismo dell'emozione che ignora i vincoli della realtà. Significa piuttosto integrare, nei processi decisionali e nel linguaggio pubblico, la consapevolezza che ogni scelta politica si traduce, alla fine, in un effetto su corpi reali.
Riconoscere questa dimensione non è sentimentalismo: è la condizione minima di una democrazia che voglia restare fedele al proprio principio fondativo. Il potere, per essere legittimo, deve saper vedere le persone che governa. E le persone, prima di essere elettori o contribuenti, sono esseri incarnati, vulnerabili, bisognosi di riconoscimento nella loro integrale umanità.