Il malcontento addomesticato: come la politica italiana ha imparato a nutrirsi della frustrazione collettiva
Esiste un momento preciso — difficile da datare, impossibile da ignorare — in cui una società smette di credere che le cose possano andare meglio e comincia invece a negoziare con il peggio. Non è un crollo improvviso. È un processo lento, quasi impercettibile, che si consuma nell'arco di generazioni e che trasforma il tessuto antropologico di un popolo in modo più duraturo di qualsiasi riforma costituzionale.
L'Italia contemporanea sembra aver attraversato questa soglia. E il paradosso più inquietante non è la frustrazione in sé — quella è sempre esistita — ma la sua trasformazione in risorsa politica stabile, in materia prima di consenso, in elemento strutturale del sistema di governo.
Dal desiderio alla rassegnazione: una transizione silenziosa
Nella tradizione antropologica, il desiderio collettivo di cambiamento rappresenta una delle forze motrici fondamentali della vita politica. Quando una comunità esprime insoddisfazione, lo fa — almeno in teoria — perché conserva ancora la capacità di immaginare un'alternativa. La frustrazione, in questo senso, è un segnale vitale: indica che il confronto tra il reale e il possibile è ancora attivo.
Ciò che si osserva nell'Italia degli ultimi decenni è qualcosa di diverso e più sottile. La frustrazione non è scomparsa — anzi, i dati sulla fiducia nelle istituzioni, sulla percezione della mobilità sociale e sulla soddisfazione per la qualità dei servizi pubblici dipingono un quadro di malessere diffuso e persistente. Quello che è cambiato è la sua direzione. Il malcontento ha smesso di puntare verso il futuro e ha cominciato a girare su sé stesso, trasformandosi in un sentimento cronico, quasi identitario.
Gli italiani, in larga misura, non si aspettano più che la politica risolva i loro problemi. Se lo aspettano ancora, lo fanno con un cinismo che è già di per sé una forma di adattamento. E questo adattamento — questa interiorizzazione dell'impossibilità del cambiamento — è esattamente ciò che il sistema politico ha imparato a sfruttare.
La gestione come strategia: governare la delusione
Nessun sistema politico maturo ammette esplicitamente di voler perpetuare il malcontento. Eppure, osservando le dinamiche degli ultimi trent'anni di vita pubblica italiana, emerge una logica ricorrente: quella della promessa non mantenuta come strumento di governo, del conflitto evocato ma mai risolto, dell'emergenza permanente che giustifica la delega continua.
Il meccanismo è sottile ma efficace. In una società in cui il desiderio di cambiamento è ancora presente ma l'aspettativa di ottenerlo è crollata, il politico che sa nominare la frustrazione — che sa dirla ad alta voce, che la rispecchia e la valida — ottiene un vantaggio immediato. Non deve promettere soluzioni: gli basta promettere riconoscimento. Non deve costruire: gli basta distruggere l'immagine del nemico responsabile.
Questo spostamento — dalla politica come progetto alla politica come narrazione del malessere — ha radici strutturali che vanno ben oltre le singole leadership. Riguarda il modo in cui i partiti si sono progressivamente svuotati di funzione programmatica per riempirsi di funzione identitaria. Riguarda la frammentazione del sistema mediatico, che premia il conflitto sull'analisi. Riguarda, in ultima istanza, una crisi di intermediazione tra istituzioni e cittadini che nessuna riforma tecnica ha saputo davvero affrontare.
L'antropologia dell'aspettativa compressa
Vi è un concetto che la letteratura antropologica ha elaborato con crescente attenzione negli ultimi anni: quello di aspettativa compressa. Si tratta del processo attraverso cui una comunità riduce progressivamente il proprio orizzonte di aspettative non perché le sue condizioni materiali lo impongano necessariamente, ma perché l'esperienza ripetuta della delusione politica ha eroso la capacità stessa di proiettarsi nel futuro.
In Italia questo processo ha assunto connotazioni particolarmente accentuate. Le grandi narrazioni del dopoguerra — il miracolo economico, la costruzione dello Stato sociale, la lotta per i diritti civili — avevano sedimentato un'idea di progresso come destino collettivo condiviso. La crisi degli anni Novanta, le promesse non mantenute della Seconda Repubblica, la stagione dell'austerità e infine la pandemia hanno eroso quella sedimentazione strato dopo strato.
Ciò che rimane non è nichilismo puro. È qualcosa di più complesso e, in un certo senso, più pericoloso: una forma di partecipazione politica che non mira a costruire ma a sfogare, che non chiede programmi ma conferme, che non cerca soluzioni ma nemici. Una partecipazione che il sistema sa leggere e — almeno parzialmente — sa incanalare.
Quando la crisi diventa confort zone istituzionale
Uno degli aspetti più paradossali di questa dinamica riguarda il modo in cui la crisi permanente — economica, istituzionale, valoriale — sia diventata, per molti attori del sistema politico italiano, una condizione quasi preferibile alla stabilità. In un contesto di crisi, la gestione dell'emergenza diventa la forma ordinaria del governo. Le riforme strutturali possono essere rinviate. Le responsabilità possono essere diluite. Il consenso può essere cercato non sulla base dei risultati ma sulla base della minaccia evocata.
L'emergenza, in questo senso, funziona come un potente anestetico collettivo. Mantiene la frustrazione a un livello sufficientemente alto da garantire mobilitazione emotiva, ma sufficientemente controllato da impedire che si trasformi in progetto alternativo. È una gestione, non una soluzione. Ed è una gestione che richiede — per sopravvivere — che il problema non venga mai davvero risolto.
Oltre la gestione: esiste ancora uno spazio per il desiderio politico?
Riconoscere questo meccanismo non significa rassegnarsi ad esso. Significa, piuttosto, dotarsi degli strumenti concettuali per smontarlo.
La domanda che un'analisi antropologica della politica italiana dovrebbe porre con urgenza è questa: esiste ancora uno spazio sociale in cui il desiderio collettivo di cambiamento possa articolarsi in forma progettuale, anziché esaurirsi nel ciclo del risentimento e dell'addomesticamento? Esistono pratiche, forme di organizzazione, esperienze locali in cui la frustrazione viene trasformata non in consenso per chi la nomina ma in energia per chi vuole superarla?
La risposta non è scontata. Ma la domanda stessa — il semplice fatto di formularla — è già un atto di resistenza rispetto a un sistema che ha tutto l'interesse a rendere impensabile l'alternativa.
Le società che smettono di desiderare il meglio non lo fanno per scelta consapevole. Lo fanno perché qualcuno, nel tempo, ha lavorato affinché il desiderio stesso apparisse ingenuo, infantile, politicamente irrilevante. Smascherare questo lavoro è, forse, il compito più urgente di chi vuole restituire alla politica la sua dimensione genuinamente umana.