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Diritti in vendita: come il linguaggio del mercato ha svuotato la cittadinanza italiana

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Diritti in vendita: come il linguaggio del mercato ha svuotato la cittadinanza italiana

Photo: Italian government bureaucracy citizen rights abstract concept, via media.cntraveler.com

C'è un momento preciso, difficile da datare ma facile da riconoscere a posteriori, in cui la politica italiana ha smesso di parlare di cittadini e ha cominciato a parlare di utenti. Non si tratta di una semplice variazione lessicale: è un cambiamento di paradigma antropologico che ha ridisegnato, silenziosamente, l'intera architettura del rapporto tra Stato e persona.

La parola «utente» porta con sé un intero universo semantico. Evoca contratti, tariffe, livelli di servizio, soddisfazione del cliente. Chi usufruisce di un servizio può essere classificato, profilato, segmentato. Può essere fidelizzato o perso. Può essere redditizio o no. Applicare questa logica alla sanità pubblica, all'istruzione, alla giustizia o alla previdenza sociale non è un atto neutro: è un atto politico di straordinaria portata, che trasforma diritti costituzionalmente garantiti in prestazioni condizionate, negoziate, revocabili.

La grammatica della transazione

Il linguaggio economico ha colonizzato il discorso pubblico italiano con una progressione quasi inavvertita. Negli anni Novanta, con le grandi riforme amministrative ispirate al New Public Management, la pubblica amministrazione italiana ha adottato il vocabolario dell'azienda privata: efficienza, produttività, costi unitari, benchmarking. Queste categorie non erano, in sé, prive di senso. Ma il problema non era tecnico: era ontologico.

Quando si misura l'efficienza di un pronto soccorso con gli stessi strumenti con cui si misura quella di una catena di distribuzione, si compie una scelta filosofica prima ancora che gestionale. Si decide, implicitamente, che la relazione tra un medico e un paziente in pericolo di vita è assimilabile a quella tra un cassiere e un cliente. Che il tempo di attesa per un intervento chirurgico è un indicatore di performance come il tempo di consegna di un pacco. Che la persona che soffre è, in ultima analisi, un costo da ottimizzare.

Questo slittamento semantico non è rimasto confinato agli uffici della pubblica amministrazione. Ha pervaso il linguaggio della politica, dei media, del dibattito pubblico. I diritti sono diventati «misure», le tutele sono diventate «sussidi», la solidarietà è diventata «assistenzialismo». Ogni parola porta un giudizio: chi riceve è passivo, dipendente, inefficiente. Chi produce, chi consuma, chi paga — quello è il cittadino degno.

Il corpo politico come mercato

Dall'antropologia politica ci viene uno strumento analitico prezioso: l'idea che ogni sistema politico costruisce una specifica immagine dell'essere umano, e che questa immagine determina chi conta e in che misura. Il liberalismo classico costruisce l'individuo razionale e autonomo. Il comunitarismo costruisce il soggetto radicato in reti di appartenenza. Il neoliberismo costruisce l'homo oeconomicus: calcolatore, competitivo, responsabile esclusivamente di sé stesso.

Nella versione italiana di questa deriva, l'homo oeconomicus si è innestato su una tradizione politica già segnata da clientelismo e particolarismo. Il risultato è una figura ibrida: il cittadino-cliente, che non rivendica diritti universali ma negozia favori particolari. Che non pretende uno Stato giusto, ma cerca un intermediario efficace. Che non si organizza collettivamente, ma si arrangia individualmente.

Questo modello antropologico ha conseguenze dirette sulla qualità della democrazia. Una democrazia di cittadini-clienti non è una democrazia nel senso pieno del termine: è un sistema di gestione delle aspettative, in cui il consenso si compra con promesse e si mantiene con erogazioni. Il voto non è un atto di orientamento collettivo, ma una transazione: do il mio consenso, ricevo una prestazione. Se la prestazione è soddisfacente, rinnovo il contratto. Se non lo è, cambio fornitore.

I diritti come beni posizionali

Una delle conseguenze più insidiose di questa trasformazione riguarda il modo in cui i diritti vengono percepiti e difesi — o non difesi. Quando i diritti sono intesi come beni universali, la loro erosione riguarda tutti e produce solidarietà. Quando invece vengono percepiti come beni posizionali — cioè beni il cui valore dipende dal fatto che non tutti li possiedano — la loro distribuzione diventa oggetto di competizione, non di tutela collettiva.

In Italia questo meccanismo è visibile con particolare nitidezza nel dibattito sul welfare. Le pensioni, il reddito di cittadinanza, l'accesso gratuito alla sanità: ogni misura che riguarda la redistribuzione viene presentata, nel discorso pubblico dominante, come una sottrazione a qualcuno per dare a qualcun altro. Non come un investimento collettivo, ma come un gioco a somma zero. Non come un diritto, ma come un privilegio ingiustificato.

Questo frame narrativo è straordinariamente efficace nel dividere la società. Mette in competizione lavoratori precari e pensionati, italiani e migranti, Nord e Sud, giovani e anziani. Impedisce la formazione di coalizioni solidali e trasforma ogni questione sociale in una guerra tra segmenti di popolazione. Nel frattempo, le condizioni strutturali che generano disuguaglianza restano intatte.

La persona come nodo di costi e ricavi

C'è un'ulteriore dimensione di questa trasformazione che merita attenzione: la riduzione della persona a unità contabile. Non si tratta solo di come lo Stato parla dei cittadini, ma di come i cittadini imparano a parlare di sé stessi.

Le ricerche di sociologia politica condotte negli ultimi anni mostrano un fenomeno preoccupante: la progressiva adozione, da parte dei cittadini italiani, di categorie economiche per descrivere la propria relazione con le istituzioni. «Non mi conviene votare», «lo Stato mi costa più di quello che mi dà», «i miei contributi non torneranno mai indietro». Queste espressioni rivelano una soggettività politica che si pensa come investitore, non come membro di una comunità.

Quando un individuo valuta la propria partecipazione civica in termini di rendimento atteso, il patto sociale si dissolve. La cittadinanza non è più un'appartenenza condivisa, ma un contratto sinallagmatico: se una parte non adempie, l'altra è libera di recedere. L'astensionismo, in questa chiave, non è apatia: è exit strategy.

Ricostruire un linguaggio del comune

La diagnosi non implica necessariamente il pessimismo. Riconoscere che il linguaggio economico ha colonizzato la politica è il primo passo per resistere a questa colonizzazione. E resistere non significa ignorare le questioni di efficienza e sostenibilità — significa rifiutare che esse esauriscano l'intero orizzonte del discorso pubblico.

Esistono, nella tradizione politica e culturale italiana, risorse simboliche e concettuali per costruire un linguaggio alternativo. La Costituzione del 1948 è, tra le altre cose, un documento antropologico: definisce una certa idea di persona, di dignità, di solidarietà. Il suo articolo 3 non parla di utenti da soddisfare, ma di ostacoli da rimuovere affinché ogni persona possa sviluppare pienamente sé stessa. È un linguaggio di responsabilità collettiva, non di transazione individuale.

Riportare questo linguaggio al centro del discorso politico non è un'operazione nostalgica. È un'operazione antropologica: si tratta di ridefinire quale immagine dell'essere umano vogliamo che la nostra democrazia incarni. Un'immagine che riconosca nella persona non un nodo di costi e ricavi, ma un soggetto portatore di dignità intrinseca — dignità che non si compra, non si vende, e non si negozia.

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