La grammatica dell'impossibile: come il discorso politico ha reso la rassegnazione una virtù italiana
Photo: Italian parliament empty seats political disillusionment, via encyclopediaofalabama.org
Esiste un vocabolario che non si trova nei dizionari, ma che ogni italiano conosce a memoria. È il lessico della rassegnazione collettiva, un patrimonio linguistico accumulato nel tempo attraverso campagne elettorali deluse, riforme annunciate e mai realizzate, promesse dissolte nell'aria tiepida di troppi mattini successivi al voto. Questo vocabolario non è innocente: ha una funzione precisa, quella di rendere impensabile l'alternativa.
Analizzare il discorso politico italiano attraverso una lente antropologica significa interrogarsi non solo su ciò che viene detto, ma su ciò che viene reso indicibile. Significa chiedersi come certi frame linguistici abbiano attecchito così in profondità da diventare senso comune, patrimonio condiviso, quasi saggezza popolare.
«È sempre stato così»: la storia come prigione narrativa
Una delle formule più potenti del repertorio politico italiano è quella che invoca la storia come argomento definitivo contro il cambiamento. «In Italia è sempre stato così», «questo paese non cambierà mai», «siamo fatti così»: espressioni che ricorrono con impressionante regolarità tanto nei bar quanto nelle trasmissioni televisive, tanto nelle conversazioni private quanto nei commenti sui social network.
Queste frasi hanno una struttura antropologica precisa. Esse naturalizzano ciò che è storicamente contingente, trasformando una condizione politica — frutto di scelte, interessi, rapporti di forza — in un dato immutabile della natura umana italiana. Il meccanismo è quello che l'antropologo americano Clifford Geertz avrebbe riconosciuto come costruzione del senso: la cultura non descrive la realtà, la produce. E quando la cultura produce l'idea che il cambiamento sia strutturalmente impossibile, il cambiamento diventa effettivamente più difficile.
Ciò che rende questo frame particolarmente efficace è la sua capacità di travestirsi da realismo. Chi lo utilizza non si presenta come un conservatore che difende privilegi, ma come un adulto disincantato che ha imparato, a proprie spese, come funziona il mondo. La rassegnazione, in questo schema, è il premio di una maturità faticosamente conquistata.
Il «visionario» come insulto
Parallela alla svalutazione della storia come agente di cambiamento, si è sviluppata in Italia una retorica sottile ma pervasiva che stigmatizza l'ottimismo politico come forma di ingenuità. Chi propone soluzioni radicali, chi immagina trasformazioni strutturali, chi si permette di sperare viene rapidamente etichettato: «idealista», «visionario», «populista», «demagogo».
Questi termini condividono una funzione comune: spostare il dibattito dal merito delle proposte alla credibilità psicologica di chi le avanza. Non si discute se una riforma sia realizzabile o desiderabile, ma se chi la propone abbia i piedi per terra. È una forma sottile di delegittimazione che non ha bisogno di argomentare nel merito, perché agisce sul piano della reputazione.
L'effetto cumulativo di questo meccanismo è la progressiva espulsione dalla sfera del dicibile politico di qualunque proposta che ecceda una soglia implicita di ambizione. Chi governa impara a promettere poco per non essere accusato di demagogia. Chi fa opposizione impara a criticare senza proporre alternative troppo nette, per non esporsi all'accusa di ingenuità. Il risultato è un dibattito pubblico progressivamente compresso verso il centro di un campo in cui tutte le posizioni si assomigliano nella loro prudente modestia.
«Non ci sono i soldi»: l'economia come destino
Un altro pilastro della grammatica dell'impossibile è il ricorso sistematico al vincolo economico come argomento definitivo. «Non ci sono i soldi», «i conti non tornano», «prima bisogna risanare i conti pubblici»: formule che nel corso degli anni Novanta e Duemila hanno acquisito lo statuto di verità assiomatiche, sottratte al dibattito democratico e consegnate alla tecnica.
L'aspetto antropologicamente rilevante non è la discussione economica in sé — i vincoli di bilancio esistono e hanno effetti reali — ma la funzione retorica che queste formule hanno assunto nel discorso pubblico. Esse sono diventate un modo per chiudere la discussione prima che cominci, per trasformare una scelta politica (come allocare risorse scarse) in una necessità tecnica sottratta alla deliberazione collettiva.
Quando il vincolo economico diventa argomento retorico anziché dato da analizzare, accade qualcosa di preciso: i cittadini vengono educati a non avanzare richieste, perché ogni richiesta sarà comunque respinta in nome dei conti. La partecipazione democratica perde senso se il suo esito è predeterminato da una logica che si presenta come naturale e inevitabile.
Il rituale della disillusione
C'è un rituale ricorrente nella vita politica italiana che merita attenzione antropologica: il ciclo della speranza delusa. Ogni nuova forza politica emerge promettendo discontinuità, raccoglie consensi proprio in virtù della propria alterità rispetto al sistema, governa adattandosi progressivamente alle logiche che aveva promesso di sovvertire, e infine viene percepita come parte del problema che avrebbe dovuto risolvere.
Questo ciclo si è ripetuto con tale regolarità — dai partiti della Prima Repubblica alle formazioni nate sulle macerie di Tangentopoli, fino ai movimenti più recenti — da aver prodotto un effetto paradossale: ogni nuova promessa di cambiamento viene vissuta come una conferma del fatto che il cambiamento non arriverà mai. La speranza stessa diventa sospetta, perché la sua struttura narrativa è già nota: entusiasmo, attesa, delusione, cinismo.
L'antropologa Renata Rosaldo ha scritto dell'«imperialismo culturale» come di un processo che non si impone con la forza bruta ma attraverso la normalizzazione di certe categorie del pensiero. Qualcosa di analogo accade con la politica della rassegnazione: essa non si impone con decreti, ma si sedimenta attraverso l'esperienza ripetuta, fino a diventare la cornice entro cui ogni esperienza nuova viene interpretata.
Riappropriarsi del linguaggio come atto politico
Se il problema è in larga misura linguistico e narrativo, la risposta non può essere puramente istituzionale. Riformare le leggi elettorali o ridisegnare i meccanismi di governance è necessario, ma non sufficiente, se la cultura politica di un paese ha interiorizzato l'idea che ogni riforma sia destinata a fallire o a essere svuotata.
La sfida antropologica è quella di costruire un linguaggio politico alternativo che non cada nella trappola speculare dell'ottimismo ingenuo — che alimenterebbe ulteriore disillusione — ma che sappia nominare la realtà senza naturalizzarla, descrivere i vincoli senza assolutizzarli, riconoscere le difficoltà senza trasformarle in destino.
Esistono, nella storia italiana, esempi di questo linguaggio: nelle esperienze di amministrazione locale che hanno prodotto risultati concreti, nei movimenti civici che hanno trasformato territori, nelle pratiche di partecipazione che hanno dimostrato come i cittadini, quando vengono davvero coinvolti, siano capaci di elaborare soluzioni complesse. Questi esempi non vengono quasi mai raccontati con la stessa enfasi riservata agli scandali o ai fallimenti, perché non si adattano alla grammatica dell'impossibile.
Raccontarli è già, in qualche misura, un atto politico. Costruire un vocabolario che renda pensabile ciò che la retorica della rassegnazione ha reso impensabile è forse la precondizione di qualunque cambiamento più profondo. Il potere delle parole non è secondario rispetto al potere delle istituzioni: è la materia di cui le istituzioni sono fatte, il terreno su cui crescono o appassiscono.