Il voto come assoluzione: memoria corta, riti lunghi e il ciclo infinito della disillusione italiana
Photo: Douglas W. Jones, CC0, via Wikimedia Commons
Nell'antropologia delle religioni esiste un concetto che descrive quei rituali periodici attraverso cui una comunità si libera simbolicamente delle proprie colpe, dei propri errori, del peso accumulato nel tempo. Il rito serve a ricominciare: azzera il debito morale, restituisce al gruppo un senso di purezza e di possibilità. Ciò che sorprende, osservando la vita politica italiana degli ultimi trent'anni, è quanto questa struttura rituale assomigli al modo in cui molti cittadini vivono le elezioni.
Il voto, in questa prospettiva, non è tanto un atto di responsabilizzazione collettiva — un momento in cui i cittadini valutano, giudicano e decidono sulla base di una memoria condivisa — quanto piuttosto una cerimonia di purificazione temporanea. Si entra nel seggio con il peso della delusione passata e se ne esce con la sensazione di aver ricominciato. Le promesse non mantenute vengono depositate fuori dalla porta. Dentro, per qualche ora, torna possibile credere.
Struttura di un rito repubblicano
I rituali politici hanno una grammatica riconoscibile. In Italia, quella elettorale segue uno schema che si è consolidato nel tempo con una coerenza quasi liturgica. Prima vengono le promesse: formulate in modo abbastanza vago da risultare credibili, abbastanza specifiche da sembrare concrete. Poi la campagna, con i suoi comizi, i suoi cartelloni, le sue apparizioni televisive — una fase di eccitazione collettiva che funziona come l'attesa prima di una festa religiosa. Poi il voto, momento culminante e solenne. Infine, il governo: e qui il rito si inceppa, perché la realtà amministrativa non ha la stessa struttura narrativa della promessa elettorale.
La disillusione che segue non è un incidente di percorso: è parte integrante del ciclo. Senza disillusione non ci sarebbe la successiva fase di purificazione. Senza tradimento non ci sarebbe il prossimo salvatore. La macchina funziona precisamente perché produce ciò che sembra dover combattere.
L'amnesia come meccanismo adattivo
Una domanda si impone: come è possibile che questo ciclo si ripeta con tale regolarità senza che i cittadini ne riconoscano la struttura? La risposta non sta nell'ingenuità degli elettori, ma in qualcosa di più profondo: l'amnesia collettiva è un meccanismo adattivo, non una disfunzione.
Ricordare sistematicamente le promesse non mantenute è psicologicamente costoso. Implica mantenere attiva una tensione cognitiva tra ciò che è stato promesso e ciò che è stato fatto, tra l'aspettativa e la realtà. Implica, soprattutto, la responsabilità di agire di conseguenza: cambiare voto, cambiare partito, cambiare sistema di riferimento. Dimenticare, al contrario, è economico. Permette di restare dentro le proprie appartenenze culturali, di non dover rielaborare la propria identità politica, di poter ricominciare con la speranza intatta.
In una cultura in cui l'identità politica è spesso legata a strutture di appartenenza comunitaria — familiari, territoriali, religiose — abbandonare un partito o un leader significa spesso rompere con una rete di relazioni sociali. L'amnesia non è solo un fatto cognitivo: è una strategia di sopravvivenza sociale.
Il tempo del rito contro il tempo della storia
C'è una tensione fondamentale tra il tempo del rito e il tempo della storia. Il rito è ciclico: torna sempre uguale, si ripete secondo cadenze prestabilite, offre la rassicurazione della ripetizione. La storia è lineare: accumula, trasforma, chiede di fare i conti con ciò che è accaduto. La democrazia, come sistema di governo, ha bisogno del tempo storico: richiede che i cittadini ricordino, valutino, confrontino.
Quando la democrazia viene vissuta prevalentemente attraverso la categoria del rito, si produce una cortocircuitazione: le elezioni diventano l'occasione non per esercitare un giudizio storico sui governanti, ma per rinnovare un patto simbolico con l'idea stessa di cambiamento. Non si vota per chi ha fatto bene o male: si vota per chi incarna, in quel momento, la promessa di un nuovo inizio.
Questa logica spiega molte delle apparenti contraddizioni del comportamento elettorale italiano: la fedeltà a partiti che hanno deluso ripetutamente, ma anche la rapidità con cui si abbandona un leader appena il suo ciclo narrativo si esaurisce; la capacità di votare per forze politicamente opposte in successione, purché entrambe promettano discontinuità rispetto al passato.
La responsabilità negata
Il filosofo Paul Ricoeur distingueva tra memoria, oblio e responsabilità: sosteneva che una comunità politica matura è quella capace di fare i conti con il proprio passato senza negarlo né esserne paralizzata. In questa prospettiva, l'amnesia elettorale italiana non è solo un problema di memoria: è un problema di responsabilità condivisa.
Se i cittadini non ricordano le promesse, i politici non hanno ragioni strutturali per mantenerle. Se ogni elezione è un nuovo inizio, nessun mandato è mai davvero concluso: non c'è rendiconto, non c'è valutazione, non c'è conseguenza. Si crea così un sistema in cui la responsabilità è nominalmente di tutti ma di fatto di nessuno — una forma sofisticata di irresponsabilità collettiva che si autoalimenta.
Costruire una memoria politica condivisa
Spezzare questo ciclo non è impossibile, ma richiede interventi che vadano al di là della semplice comunicazione politica. Significa investire in pratiche di valutazione pubblica delle politiche: strumenti accessibili che permettano ai cittadini di confrontare le promesse con i risultati in modo sistematico e verificabile. Significa costruire una cultura del mandato, in cui l'elezione non sia l'inizio di un'era nuova ma la continuazione di un processo di governo soggetto a verifica.
Significa, soprattutto, riconoscere che la memoria politica non è un lusso intellettuale: è il fondamento minimo su cui può reggersi una democrazia autentica. Senza di essa, le elezioni restano cerimonie belle e vuote — riti di passaggio che non cambiano nulla, perché non chiedono a nessuno di ricordare chi eravamo ieri per decidere chi vogliamo essere domani.