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Il corpo assente: come la politica italiana ha perduto il senso del contatto e con esso la fiducia

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Il corpo assente: come la politica italiana ha perduto il senso del contatto e con esso la fiducia

Photo: White House Photographic Office (WHPO) - Schumacher, Public domain, via Wikimedia Commons

C'è un gesto che appartiene all'immaginario collettivo della politica novecentesca italiana: la mano tesa in mezzo alla folla, la stretta ferma, lo sguardo diretto. Non era soltanto retorica del corpo. Era un patto. Un accordo tacito tra chi chiedeva il voto e chi lo concedeva, sigillato attraverso il contatto fisico, quella forma primaria di riconoscimento reciproco che gli esseri umani praticano da millenni prima ancora di avere parole sufficienti per descriversi.

Oggi quella mano è scomparsa. O meglio: si è trasformata in qualcosa di radicalmente diverso, uno schermo illuminato, un profilo social, una diretta streaming. La politica italiana si è virtualizzata, e con essa si è volatilizzato qualcosa di difficile da nominare ma immediato da percepire: il senso che chi governa esista davvero, che occupi spazio nel mondo condiviso, che respiri la stessa aria di chi è governato.

La prossimità come fondamento antropologico del potere

L'antropologia politica ha da tempo riconosciuto nel corpo un elemento costitutivo del legame tra governanti e governati. Non si tratta di una questione meramente simbolica. La prossimità fisica produce effetti cognitivi ed emotivi misurabili: abbassa la percezione dell'alterità, attiva meccanismi di empatia, genera quella forma di fiducia che i ricercatori chiamano fiducia incarnata, distinta dalla fiducia astratta che si ripone in un'istituzione o in un sistema.

Nelle culture mediterranee, e in quella italiana in particolare, il corpo parlante ha sempre avuto un peso specifico nella costruzione del consenso. Il comizio di piazza non era soltanto un evento comunicativo: era un rituale di co-presenza, in cui il politico si offriva alla valutazione sensoriale della comunità. La voce, la postura, il sudore, la capacità di resistere al sole o alla pioggia — tutto questo entrava nel giudizio popolare con una potenza che nessun manifesto elettorale poteva eguagliare.

De Gasperi che attraversava i quartieri poveri di Roma, Berlinguer che saliva sui palchi operai del Nord, Craxi che si muoveva tra la gente con quella sicurezza corporea quasi teatrale: erano figure che abitavano fisicamente lo spazio pubblico, e quella presenza aveva una funzione politica precisa. Rendeva il potere tangibile, nel senso letterale del termine.

La grande mediazione e il suo prezzo

Il progressivo allontanamento fisico tra politica e cittadinanza non è avvenuto di colpo. È stato un processo graduale, accelerato dalla televisione negli anni Ottanta, poi amplificato da internet e infine radicalizzato dai social media. Ogni passaggio ha aggiunto uno strato di mediazione tecnica tra il corpo del rappresentante e il corpo del rappresentato.

Questa mediazione ha portato indubbi vantaggi in termini di scala comunicativa: un post di Facebook raggiunge milioni di persone che nessun comizio potrebbe mai contenere. Ma ha anche prodotto una trasformazione qualitativa nel tipo di relazione che si instaura. La comunicazione politica digitale è per definizione asimmetrica e adimensionale: non occupa spazio, non ha temperatura, non odora di niente. È pura informazione, svuotata di quella densità sensoriale che rende un'esperienza memorabile e un legame duraturo.

Il paradosso è che proprio mentre i politici italiani hanno guadagnato una visibilità senza precedenti — le loro facce sono ovunque, le loro parole rimbalzano in tempo reale su ogni dispositivo — la loro presenza è diventata sempre più evanescente. Si vedono molto, ma non si incontrano quasi mai. E vedere non è incontrare.

Teatralità senza radicamento

Uno degli effetti più evidenti di questa trasformazione è l'inflazione della gestualità politica performativa. In assenza di un contatto reale, la politica italiana ha sviluppato una compensazione teatrale: gesti enfatici, toni drammatici, mise en scène costruite per la ripresa video. I politici sono diventati attori di se stessi, e il loro pubblico — i cittadini — è diventato platea.

Questa teatralizzazione non è neutra. Produce un effetto di straniamento progressivo: quanto più la comunicazione politica diventa spettacolare, tanto più il cittadino percepisce la propria estraneità rispetto a ciò che osserva. Lo spettacolo politico funziona come intrattenimento, ma raramente come fondamento di fiducia. Si può essere incollati a uno schermo e sentirsi profondamente distanti da ciò che si vede.

L'antropologa americana Sherry Turkle ha descritto questo fenomeno come alone together: connessi senza essere vicini, presenti senza essere in contatto. Applicato alla politica italiana, il concetto illumina qualcosa di fondamentale: la crisi di fiducia nelle istituzioni non è soltanto il risultato di cattive politiche o di corruzione diffusa. È anche — forse soprattutto — il risultato di una crisi di prossimità, di un'assenza di incontro fisico che lascia il cittadino solo con le proprie proiezioni.

Quando la fiducia diventa astrazione

La fiducia politica, nella sua forma più radicata, ha bisogno di un ancoraggio sensoriale. Non si fida davvero di qualcuno che non si è mai visto muoversi nello spazio reale, che non si è mai incontrato in carne e ossa, la cui voce si conosce soltanto attraverso l'equalizzatore di un microfono. Si elabora piuttosto un'immagine, una proiezione, un simulacro.

Questo spiega in parte perché la fiducia politica in Italia sia diventata così volatile, così soggetta a crolli improvvisi e a entusiasmi altrettanto rapidi. Non è radicata nell'esperienza condivisa, ma costruita su narrazioni che possono essere smontate con la stessa velocità con cui sono state edificate. Un politico che non ha mai stretto la mano a nessuno può essere amato intensamente e abbandonato senza rimpianti, perché il legame che si è instaurato era sempre e soltanto mentale.

Le comunità che mostrano ancora una partecipazione politica relativamente vitale in Italia — certi comuni del Sud, alcune realtà associative del Nord-Est, i quartieri con una tradizione civica radicata — sono spesso quelle in cui la politica mantiene ancora una dimensione corporea, fatta di assemblee, di mercati, di feste patronali dove l'amministratore si mostra e si espone. Non è nostalgia: è fisiologia del legame civico.

Riportare il corpo nella democrazia

Riconoscere il problema non equivale a proporre un impossibile ritorno al passato. La mediazione tecnologica è irreversibile, e sarebbe ingenuo immaginare una politica che rinunci agli strumenti digitali. Ma è possibile — ed è necessario — pensare a come reintrodurre la dimensione corporea e prossimale nella vita democratica italiana.

Le assemblee di cittadini, i percorsi di urbanistica partecipata, i consigli di quartiere che funzionano davvero, i politici che tornano a frequentare i mercati rionali e le case del popolo: non sono curiosità folkloristiche, ma pratiche che restituiscono alla democrazia quella carnalità senza la quale tende a diventare un sistema di procedure vuote.

La mano che non stringe è una metafora, ma è anche una realtà concreta. E forse, per cominciare a riparare la frattura tra politica e cittadini in Italia, bisognerebbe ripartire proprio da lì: dalla disponibilità a occupare lo stesso spazio fisico, a respirare la stessa aria, a essere presenti non solo sugli schermi ma nel mondo condiviso dove le persone reali vivono le loro vite reali.

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