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La fuga dei saperi: come l'Italia ha imparato a diffidare di chi sa

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La fuga dei saperi: come l'Italia ha imparato a diffidare di chi sa

C'è un momento preciso, difficile da collocare nel calendario ma nitido nella memoria collettiva, in cui la parola «esperto» ha smesso di essere una garanzia e ha cominciato a suonare come un'accusa. Non è avvenuto tutto insieme, né per decreto. È stato un processo lento, capillare, alimentato da forze diverse che si sono sommate fino a produrre un risultato difficile da invertire: l'Italia ha imparato, sistematicamente, a diffidare di chi sa.

Questa diffidenza non è ingenua né spontanea. È costruita, coltivata, in alcuni casi deliberatamente orchestrata. E le sue radici affondano in un terreno antropologico che merita di essere esaminato con attenzione, perché riguarda non solo la qualità del dibattito pubblico, ma la struttura stessa del potere democratico.

Il sapere come minaccia

In una democrazia funzionante, la competenza specializzata dovrebbe costituire una risorsa condivisa: un patrimonio che la collettività mette a disposizione della decisione pubblica, senza per questo abdicare alla propria sovranità. Il tecnico non governa; informa chi governa. La distinzione è sottile ma decisiva.

Nell'Italia contemporanea, questa distinzione si è progressivamente dissolta. Da un lato, alcuni governi «tecnici» — da Ciampi a Monti — hanno associato nell'immaginario collettivo l'expertise alla sottrazione della politica dal controllo democratico, alimentando un legittimo risentimento verso decisioni percepite come imposte dall'alto senza mandato popolare. Dall'altro, la risposta a questo risentimento non ha prodotto una riappropriazione democratica consapevole, ma una reazione simmetrica e opposta: il rifiuto della competenza come tale, indipendentemente dal contesto in cui essa si manifesta.

Il risultato è paradossale. La critica al tecnocratismo, che pure aveva una sua legittimità, si è trasformata in qualcosa di diverso: una svalutazione diffusa del sapere specializzato, applicata indiscriminatamente all'epidemiologo, all'economista, al climatologo, al costituzionalista. Come se la complessità stessa fosse diventata sospetta.

La semplificazione come virtù politica

Nel vuoto lasciato dall'expertise delegittimata, prospera la semplificazione. E la semplificazione, nell'arena politica italiana degli ultimi anni, ha assunto i caratteri di una virtù: essere comprensibili, immediati, «vicini alla gente» è diventato più importante che essere accurati.

Non si tratta di un fenomeno esclusivamente italiano, ma in Italia assume connotazioni particolari. La tradizione retorica del paese, la centralità della performance orale nella cultura politica, la frammentazione del sistema mediatico: tutti questi elementi hanno contribuito a creare un ecosistema in cui il messaggio emotivamente efficace prevale sistematicamente sull'argomento articolato.

Gli esperti, in questo ecosistema, sono strutturalmente svantaggiati. La loro comunicazione è condizionata da sfumature, condizioni, margini di incertezza — tutte caratteristiche che la grammatica del dibattito televisivo e dei social media penalizza duramente. Chi dice «dipende» perde contro chi dice «è semplice». Chi distingue viene percepito come evasivo. Chi ammette l'incertezza viene accusato di incompetenza.

Antropolicamente, questo rappresenta un cambiamento significativo nel modo in cui la società italiana costruisce l'autorità epistemica: non più attraverso percorsi di legittimazione basati sul sapere accumulato, ma attraverso meccanismi di riconoscimento emotivo e di appartenenza tribale.

Consulenti invisibili, decisori solitari

C'è un'ironia amara in tutto questo. Mentre il dibattito pubblico si svuota di competenza, nei luoghi effettivi del potere gli esperti non sono affatto scomparsi. Sono semplicemente diventati invisibili.

Ogni ministero dispone di consulenti, ogni partito di think tank più o meno formalizzati, ogni governo di commissioni tecniche che lavorano nell'ombra. La conoscenza specializzata continua a informare le decisioni, ma lo fa in modo sotterraneo, sottratta al dibattito pubblico e quindi anche al controllo democratico.

Si produce così una scissione pericolosa: il discorso pubblico, quello visibile, si popola di slogan e narrazioni semplificate; il processo decisionale reale rimane affidato a competenze che però non vengono dichiarate, non vengono discusse, non vengono messe alla prova del confronto. È il peggio dei due mondi: una democrazia che non beneficia della trasparenza del sapere tecnico, ma che nemmeno esercita realmente la sovranità popolare sulle decisioni.

L'antropologia della sfiducia

Per comprendere perché questo meccanismo attecchisce così profondamente, occorre guardare al substrato culturale. La sfiducia verso le istituzioni è, in Italia, un dato strutturale che le ricerche sociologiche documentano da decenni. Ma la sfiducia verso gli esperti è qualcosa di leggermente diverso: riguarda non le istituzioni in quanto tali, ma le mediazioni cognitive che esse producono.

In una società dove il capitale sociale è eroso, dove la fiducia interpersonale è bassa e quella istituzionale ancora di più, l'expertise diventa un ulteriore strato di mediazione da attraversare con sospetto. L'esperto non è percepito come un servitore del bene comune, ma come un potenziale alleato di interessi oscuri, di poteri forti, di élite distanti.

Questa percezione non nasce dal nulla. Scandali reali — conflitti di interesse, consulenze opache, revolving door tra accademia, industria e politica — hanno fornito materiale abbondante a chi voleva costruire la narrativa dell'esperto corrotto. Ma il salto logico che trasforma casi specifici in sfiducia generalizzata è esso stesso un atto politico, non una conclusione razionale.

Ricostruire il patto epistemico

La domanda che rimane aperta è se e come sia possibile invertire questa tendenza. Non si tratta di restaurare acriticamente un'autorità tecnocratica che ha effettivamente prodotto danni, né di fingere che la competenza sia neutrale e priva di postura ideologica. Si tratta di qualcosa di più difficile: ricostruire un patto epistemico tra la società e il sapere specializzato, fondato sulla trasparenza, sul confronto pubblico e su una nuova cultura della complessità.

Alcune esperienze, anche in Italia, suggeriscono che questo sia possibile. Le assemblee di cittadini deliberative, quando sono ben strutturate, mostrano che persone comuni sono perfettamente capaci di confrontarsi con dati complessi e di produrre valutazioni sofisticate, purché vengano messe nelle condizioni di farlo. Il problema non è la capacità cognitiva dei cittadini: è il formato in cui la conoscenza viene loro offerta.

Una democrazia che voglia essere all'altezza della propria promessa non può rinunciare alla competenza, ma nemmeno può consegnarla a tecnici invisibili. Deve trovare il modo di renderla pubblica, contestabile, accessibile. È un lavoro lungo, che richiede istituzioni diverse, media più responsabili e una cultura politica disposta a rimettere la complessità al centro, invece di fuggirla.

Fino ad allora, il silenzio dei saperi continuerà a riempirsi di rumore.

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